Il Piano del Governo Renzi sulla scuola segna un punto di svolta importante nel panorama dell’istruzione italiana. O, meglio, potrebbe essere tale. Per una serie di motivi.
Non voglio chiamarla “riforma” (in questo concordo con gli intendimenti del Presidente del Consiglio), poiché quelle che si sono susseguite negli ultimi quindici anni non hanno fatto altro che aggiungere caos, più che contraddistinguersi per il “quid novi“.
Il principale motivo per cui questo piano può essere importante è da ricercare nel metodo: una consultazione pubblica, aperta, cui hanno partecipato 207.000 cittadini (a vario titolo) con oltre 1.300.000 accessi al sito, 2043 dibattiti, quasi il 70% delle istituzioni scolastiche coinvolte. Questa forma ha certamente avuto il merito di consentire a tutti coloro ne avessero voglia di esprimere la propria posizione e aggiungere proprie considerazioni e proposte.
A mio avviso, però, questa forma di democratizzazione del dibattito ha in se un rischio, mediamente elevato: quello, cioè, di ragionare in termini statistici su quali “capitoli” e/o azioni del #labuonascuola implementare, quali mettere in standby e, quali, invece, accantonare.
Perché questo è un rischio? Ho partecipato ad alcuni dibattiti e a un paio di (svogliati) Collegi Docenti dai quali o non sono emersi “position paper” ovvero si sono sprecate frasi fatte e dal sapore very old style.
Non è un caso, ad esempio, che gran parte della discussione sia stata incentrata su temi che riguardano la carriera e la valutazione docente, la de-burocratizzazione, gli scatti di anzianità. Tutti argomenti importanti, per carità. Ma dal sapore, consentitemelo, vetero-sindacale!
Che dimostrano, senza troppi giri di parole, che il sistema scolastico italiano è ancora troppo sbilanciato verso logiche che ne hanno determinato una chiusura autoreferenziale che si fa una gran fatica a scalfire e sorpassare. E non in nome di chissà quale volontà pantecnologica, ma perché è sorpassata dai tempi! Ho sentito spesso dire ad un Dirigente illuminato (Salvatore Giuliano, Dirigente I.I.S.S. “Majorana” di Brindisi) che “se un uomo del secolo scorso tornasse in vita troverebbe la società completamente mutata; se entrasse in una scuola, la troverebbe uguale ai suoi tempi”.
Una verità difficilmente controvertibile.
Ed allora accantonare o depotenziare alcuni dei temi davvero innovativi (penso alle “palestre dell’innovazione”, ai “digital makers”, ma anche alla valutazione degli istituti, al “crowdfunding”, alla possibilità per le scuole di “scegliersi la squadra”, ovvero i docenti…) solo perché “incompresi” da un sistema che è fermo rispetto al mondo che cambia, rischia di diventare il classico “cane che si morde la coda”: un avvitamento su se stessi.
Dobbiamo chiederci, allora: quale scuola stiamo disegnando? Per quale futuro? Per chi? Con quali competenze? Con quali risorse umane? Con quali “materie”?
A mio modo di vedere, la scuola del futuro non può prescindere, in alcun modo, da una serie di punti cardine:
- la scuola del futuro deve diventare un sistema “open” sia in termini spaziali che culturali. La scuola deve porsi l’obiettivo di diventare una sorta di hub territoriale per l’innovazione, in grado da fungere da motore per un ecosistema digitale di sviluppo sociale a tripla elica, come indicato dalla Strategia EU2020. La scuola deve intercettare la domanda di innovazione e cambiamento che proviene dal territorio (imprese, pubblica amministrazione, cittadini) e farsi motore e promotore di questo cambiamento.
Ma perché ciò avvenga, molti sono i cambiamenti che devono avvenire. A partire dallo snellimento dei lunghi processi di autorizzazione alla spesa (ad esempio: si introducesse il “centro di costo”. Ogni docente referente di un progetto ha piena autonomia alla spesa e alla rendicontazione). Ad oggi, il time lapse tra la presentazione di una proposta progettuale e la sua attuazione è, mediamente, di 6/12 mesi: una enormità in un mondo che cambia vorticosamente!
La scuola deve poter essere aperta per venire incontro alle esigenze degli studenti. Se un gruppo di ragazzi sta preparando una attività progettuale (infrequente? No! Scusandomi per l’autoreferenzialità, basta dare un sguardo a questi siti: Innovation Summer Camp, Maker Faire 2014, eventi promossi o cui hanno partecipato gli studenti del Liceo Ludovico Pepe di Ostuni(Br)) non deve cercarsi spazi alternativi! Deve poter utilizzare quello scolastico. Oggi è quasi impensabile che un docente resti, sotto personale responsabilità, a scuola con un gruppo di studenti, in orario pomeridiano, per svolgere attività su base volontaria. - i veri protagonisti della scuola sono gli studenti! Non il Dirigente, non i docenti, non il personale ATA. Tutti attori di un processo di sviluppo sociale che, però, deve avere attenzione verso il “prodotto” culturale. Gli studenti. Senza studenti non esiste la scuola.

- il futuro che attende questi ragazzi è dinamico, complesso, molto diverso da quello che hanno trovato le nostre generazioni. Hanno stimoli e strumenti differenti, pensano, creano, dialogano in modo diverso. Pensare ad un processo trasmissivo del sapere, come se la scuola fosse l’unico depositario del “sapere”, senza alcun collegamento con il “saper fare” (e con il “saper divenire”) non ha senso. Perché è fuori tempo e fuori luogo. Occorre aprirsi al mondo delle professioni, alla pubblica amministrazione, alle imprese, ai cittadini. La scuola o è di tutti o non è di nessuno (parafrasando Riccardo Luna).
- le competenze che devono essere sviluppate riguardano sempre di più non i meri tecnicismi ma le cosiddette “competenze per la vita” (skills for life): capacità di adattamento, problem posing and solving, empatia, creatività, autoconsapevolezza e così via.
Ha senso slegare, oggi, il sapere umanistico da quello scientifico? Una lezione di geografia, ad esempio, può essere fatta attraverso l’utilizzo di software (tipo “scratch”) o deve essere per forza “trasmessa” da un sacerdote ex cathedra, seguendo un unico “libro-bibbia” (che, magari, è già “vecchio” mentre va in stampa) e verificando poi il nozionismo sterile dei concetti appresi? E’ questo il sapere? Una lezione di biologia può essere svolta attraverso l’utilizzo di contenuti multimediali 3D, oppure deve necessariamente essere appresa su immagini bidimensionali di un libro di testo? Una lezione di coding, può essere svolta utilizzando le funzioni del Wiring programmando un Arduino, oppure deve necessariamente passare per un listato chilometrico di routine in C++, magari ricopiate in laboratorio da una fotocopia?

- affinché le competenze necessarie siano sviluppate, però, il sistema scuola abbisogna di Docenti e Dirigenti innovativi. Il che non significa saper usare la LIM (come costoso televisore, spesso…) e/o aver conseguito i punticini delle certificazioni ECDL o di lingua. Importanti, per carità. Ma provate a chiedere ad uno studente se interessa qualcosa che il proprio docente sia abilitato, o abbia la patente europea o, altro ancora. Perché gli studenti valutano.
Nasce, in sostanza, un problema di risorse umane.
L’immissione in ruolo di 150.000 docenti non può, quindi, trasformarsi in una operazione mediatica-amministrativa con cui chiudere con un sistema completamente folle e fuori controllo (quello delle Graduatorie ad esaurimento) ma deve essere l’occasione per trasformare il sistema scuola. Che non ha più scuse. Non ce ne sono più!
Ad oggi, se una scuola vuole “tenersi” o “scegliersi” un docente meritevole (e, suvvia, basta con i demagogici richiami ai rischi di “lecchinaggio”! Si introduca un sistema che valuti la scuola, poi vedremo quale Dirigente ambirà a tenere in servizio un docente meno meritevole di un altro) non solo non può farlo, ma non può minimamente mettere becco su un sistema di trasferimenti/assegnazioni che prescinde dall’offerta formativa e dalle reali necessità dell’Istituzione.
L’occasione, allora, è ghiotta! Si lasci alle scuole una opportunità: quella di definire, ad esempio, delle materie anche “ibride” o “nuove” ( innovazione, making, coding, robotica educativa, europrogettazione) e, sulla base di un progetto, si potrebbe prevedere l’istituzione di “cattedre di eccellenza” (come le “Jean Monnet” universitarie previste dal Life+) incentrate su tematiche di ricerca e/o di frontiera (i digital makers sono un esempio; oppure la programmazione in ambiente “mobile”). In questo modo, le scuole potrebbero istituire dei percorsi specialistici che potrebbero essere realizzati tanto in orario curricolare, che extra, arricchendo l’offerta formativa. Ovviamente, non prescindendo dalla scelta del docente cui affidare la cattedra.
Inoltre, ad oggi, l’attenzione è (giustamente) posta sul sistema di reclutamento degli insegnanti.
Ma in un sistema come quello disegnato, un ruolo essenziale assume il Dirigente Scolastico che dovrà avere conoscenze, competenze ed attitudini manageriali alquanto elevate.
Per questo, il futuro concorso non dovrebbe premiare in modo esclusivo o, comunque, eccessivo (presunte) competenze “esperenziali”, ossia legate all’espletamento di “funzioni strumentali” e/o vicariato e, quindi, dovrebbe essere aperto alla partecipazione di tutto il personale, anche precario, anche con meno di 5 anni di esperienza di docenza.
Per una scuola dell’innovazione e della modernità, occorre puntare su Dirigenti innovativi e moderni, in grado di leggere le dinamiche territoriali e, in modo più ampio, le traiettorie di sviluppo “globali”, anche in termine di nuove tecnologie ed “apertura” della scuola.
Probabilmente questo intervento è un “libro dei sogni”. Ma, citando Paolo Coelho, il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni.
E di questo sogno fa parte a pieno titolo una scuola al passo con i tempi, in cui la didattica attraverso l’uso delle nuove tecnologie possa essere una della rivoluzioni che ci porti, davvero, in quel #futuro ove, citando nuovamente Riccardo Luna, “o ci andiamo tutti, o non ci va nessuno”.
Mimmo Aprile


