Siamo protagonisti di un’esperienza assolutamente nuova nella storia della scuola. Questa esperienza si vive in aula, dove docenti e studenti, due generazioni lontane, possono scambiarsi gli apprendimenti. La rivoluzione culturale messa in moto dall’innovazione tecnologica ci consente di condividere, collaborare e interagire proprio sui banchi di scuola. La metafora di tutto questo sono le nostre aule, dove LIM e vecchie lavagne convivono.
-Ragazzi, prendete appunti
-Si, prof, scatto una foto
-Cosa fai con lo sguardo fisso sullo schermo del cellulare?
-Leggo i Promessi Sposi
-Questi gli esercizi per la prossima settimana
-Giro su whatsapp
-Nelle prossime lezioni impareremo a inserire clip-art e immagini nel foglio di lavoro
-Un attimo, prof, sto aggiornando il mio blog…
Per alunni così bisogna essere pronti, magari anche disponibili ad imparare da loro. La tecnologia amplifica il nostro potere educativo, ma smaschera il vuoto, lì dove c’è. Rischiamo “il sorpasso” e potrebbero non avere bisogno di noi.
La condivisione tra le generazioni sembra che possa essere il valore aggiunto di questa rivoluzione culturale. La connessione ha abbattuto le pareti e quelle esperienze di didattica che nascono a scuola possono vivere ed alimentarsi fuori della scuola. Insomma, una mentalità “open”, anche nella didattica.
E’ il docente facilitatore, il docente tutor, il docente coach a portare a casa i risultati migliori.

Los Angeles, California. Nel quartiere Downtown sorge il Los Angeles Convention Center, un centro espositivo famoso in tutto il mondo. Qui si svolge l’ISEF (Intel International Science and Engineering Fair), uno dei più importanti concorsi di ricerca scientifica per le scuole superiori. Quest’anno, il primo premio del concorso, del valore di 75mila dollari, è stato assegnato ad un quindicenne di Boston, che, con l’unico obiettivo di confutare le statistiche che vogliono i quindicenni, poco importa se americani o non, spinellati, rimbecilliti dalla tecnologia e ormai persi nei labirinti delle chat, ha impegnato il suo tempo per sviluppare un software di apprendimento automatico in grado di studiare le mutazioni di un gene legato al tumore al seno.
Hanno partecipato alla competizione anche 5 ragazzi italiani. E uno di loro, Giuseppe Dall’Agnese, studente del quarto anno del Liceo Scientifico Biologico “Elisabetta Vendramini” di Pordenone, ha anche vinto il premio Exceptional Science Award con un progetto sul funzionamento della chinasi p38.
Ma cosa avranno di diverso dagli altri questi studenti?
Qualcuno risponderà che sono nati geni. Il collega gli farà eco annuendo con la testa e commentando che “alcuni ancora studiano”, tengono la testa sui libri.
Certo che, studiando soltanto, magari dai cari vecchi libri, quelli così rassicuranti, quelli che iniziano a pagina 1 e finiscono a pagina 75, non credo che la cagliaritana Margherita Pinna, il torinese Matteo Giardino, i friulani Alessio Mazzetto e Alberto Agnoletti avrebbero mai avuto accesso ad una competizione internazionale di questo livello. E sono arrivati a Los Angeles dopo essere stati selezionati dal concorso nazionale “I giovani e le scienze”.
Qualcuno potrebbe obiettare che nelle scuole di questi studenti siano a disposizione fondi e laboratori superattrezzati. Certo, è così. Ma non hanno avuto a disposizione più opportunità di finanziamento di quante ne siano state date in questi anni alle regioni meridionali dall’Europa.
Dietro uno studente così “nuovo” deve esserci un “nuovo” docente.
Perché le rivoluzioni le fanno le persone. E tutto questo, non ha niente a che vedere con una pioggia di tablet: per combattere la malnutrizione in Africa non è sufficiente lanciare da un aereo scatole piene di cibo.
E per evitare “il sorpasso”? Un cambiamento radicale. Una scuola costruita intorno allo studente di domani, quello studente che non sa cosa farà da grande perché questo è il mondo in cui le professioni nascono e muoiono.
Paola Lisimberti



Complimenti Paola…