Ho sempre pensato che tenere un libro sul comodino significhi qualcosa di più che leggerlo soltanto. E’ come avere con quel libro un rapporto affettivo, intimo.
Non ho molti libri sul comodino in questo periodo, solo tre: Lezioni americane di Italo Calvino, L’insonnia del Novecento di Lucio Villari, Non siamo capaci di ascoltarli di Ugo Crepet. Li leggo e rileggo e qualche volta, proprio perché mi sono affezionata a quelle pagine, ne ho letta qualcuna in classe.
Da qualche tempo, accanto a loro, è comparso lo smartphone. La convivenza sembra pacifica, se non fosse per quel ronzio irriverente delle notifiche.
Già, la chat. Soprattutto la chat di gruppo, alla quale ognuno affida il proprio messaggio in bottiglia. Un sasso nello stagno, spesso lanciato in orari improbabili. Per fortuna, ci sono innumerevoli modi per difendersi da una notifica, il primo dei quali è “non leggere”.
La comunicazione è il mio lavoro e la comunicazione attraverso la chat mi ha sempre incuriosito. Soprattutto ho pensato, come docente di Italiano (ma sicuramente sbaglio), di dovermi documentare sull’argomento, per affrontarlo con i ragazzi, che vedo molto presi e divertiti. Sono velocissimi, saltano da un gruppo all’altro, capaci di condurre discussioni accese e mescolare testo, foto e audio. Ma con una naturalezza….
Sono stata sempre raggiungibile dagli studenti e dai genitori sul mio numero personale anche quando il cellulare non esisteva ancora. Non mi sono sottratta all’ascolto ora della mamma in ansia ora dell’alunna in crisi. E così sono finita nella chat di classe. La uso come promemoria, per ricordare ai ragazzi, ad esempio, l’orario interno delle lezioni. Qualcuno mi chiede spiegazioni su un argomento, consigli su un libro da leggere, la risposta corretta della verifica scritta. In altri casi, dalla battuta di uno studente si scatena un’orchestra e diventa difficilissimo seguire il “flusso di incoscienza”, quando non si deve anche richiamare all’ordine.
In quei casi, avrei potuto fare un bel predicozzo, ma non mi sento portata.
“Non mi ascolterebbero. Forse dovrei registrare un audio in chat”.
Così, ho proposto loro di immaginare di dover raccontare la chat ad un fratello più piccolo, cercando di spiegargli il modo più corretto per utilizzare questo strumento. Ho imposto loro di usare la chat per lavorare, scambiare il materiale, organizzare un calendario di incontri dei gruppi di lavoro. Sono nati una presentazione multimediale, un racconto e un decalogo.
Mi ha molto colpito l’articolo di Alex Cortazzoli sul codice di condotta per i prof sui social, soprattutto quando l’autore richiama l’attenzione sul fatto che “vigilare sui ragazzi significa farlo quando li si incontra sul muretto, al campetto da calcio o sulla Rete che oggi dev’essere considerata uno spazio alla pari di altri”. Lo spazio della chat è comunque uno spazio in cui si gioca la partita dell’ascolto tra adulto e adolescente.
Le nuove tecnologie investono decisamente il nostro modo di lavorare (e “investono” non è un verbo scelto casualmente): in chat il docente è sempre raggiungibile. Non c’è orario di lavoro. Per un alunno, il docente è docente in ogni ora del giorno e difficilmente nel mandare il messaggio si chiederà se è ancora orario di ufficio. Ugualmente, il docente non guarderà l’orologio prima di rispondere ad un messaggio di uno studente. Certo, qualche volta il ragazzo avrà la percezione che sia più facile ottenere risposte dal suo professore anziché dai suoi genitori. Qualche volta, invece della domanda, arriverà una faccina, un saluto, una foto. L’adolescente vuole essere ascoltato e se l’adulto che lo ascolta e gli risponde è raggiungibile attraverso la chat, allora la userà.

E’ tardi. Leggo qualche pagina, metto in carica il cellulare e penso che, se avessi fatto l’impiegato, avrei avuto un orario di lavoro certo, granitico, che nessuna diavoleria tecnologica avrebbe potuto mettere in discussione.
«Si potrebbe cominciare a discutere di un’educazione basata su criteri diversi, dove le emozioni e le relazioni affettive possano funzionare non come limite ma come catalizzatore delle capacità individuali. Forse la nostra comunità potrebbe riscoprire la gioia e l’orgoglio di progettare un futuro meno scontato e appiattito, meno omologato e più creativo per le future generazioni» (P.Crepet, Non siamo capaci di ascoltarli, Einaudi, p.9)

Ronzio.
“Mi traduce questa frase di latino?”
Ma che ore sono? Ma perché proprio a me? E traduttori online? Mah….sarà perché rispondo.

Sarà perché rispondo
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