Giovedì 9 aprile 2015.
Rovistando in uno sgabuzzino della mia casa paterna, alla ricerca di “oggetti smarriti” (che resteranno tali!), mi imbatto in uno scatolone di cartone, piuttosto datato. Non ha un vero e proprio coperchio, ma è chiuso da un vecchio “Atlante Geografico” della Zanichelli. Lo riconosco subito, era uno strumento didattico che è stato mio fedele compagno di scuola per tutta la durata della scuola media.
Non resisto. Lo afferro. Lo apro. E mi ritrovo a sorridere, oltre che per l’incerta scrittura di un ragazzino di 12 anni, vedendo le carte politiche di 30 anni fa. Del resto, il muro di Berlino era ancora in piedi, l’U.R.S.S. era una potenza mondiale, Internet era roba per i ricercatori delle Università statunitensi, Obama era uno studente che sognava (forse) di diventare qualcuno e l’Italia aveva appena vinto il Mundial Spagnolo ’82 (ho solo elencato le prime emozioni che mi ha suscitato toccare quell’atlante, con la “figurina Panini” di Michel Platini in copertina).
Inevitabilmente, il pensiero va ai miei professori di quell’epoca, alle aule incredibilmente alte e fredde della Scuola Media Palmieri di Lecce, allora annessa al Convitto Nazionale, in Piazza Giosuè Carducci.
Ed altrettanto inevitabile è il confronto tra quanto il mondo reale sia cambiato e quanto, invece, la sensazione di immobilismo sia forte, nell’entrare in una scuola, 30 anni dopo: stessi banchi, stessa cattedra, stessa disposizione. Spesso stessi “programmi“, “argomenti“.

Richiudo l’Atlante e lo faccio per riporlo, quando la curiosità mi spinge a dare uno sguardo dentro lo scatolone.
Lo stupore è grande, immenso. Perché mi sembra di aprire uno stargate: dentro, infatti, accuratamente ordinati per anno scolastico, tutti i miei quaderni degli anni delle elementari e medie.
Poesie, esercizi di matematica (dati-svolgimento-risultato; input-istruzioni-output…dannazione, il DNA bisognava analizzarlo all’epoca, fosse stato possibile!), riassunti.

Un regalo postdatato di una madre. Qualcuno mi ha spiegato che “ha voluto tenere un pezzetto di te, perché sapeva di doverti lasciar andare“.
Li divoro, li guardo, rido, scappa qualche lacrima. Eppure ritrovo tutto me stesso. Mi sento proiettato in una scena del film “Nuovo Cinema Paradiso” (<<Bisogna andare via per molto tempo, per moltissimi anni, per trovare, al ritorno, la tua gente, la terra unni si nato>>).
In fondo ad uno di quei quaderni (3B, a.s. 1979-80) trovo un disegno e mi blocco! La mia passione: i manga nipponici! Mazinga Z, Il Grande Mazinga, Jeeg Robot d’Acciaio, Gundam, Goldrake.
Come ho fatto a rimuovere questo ricordo? In realtà, mi rendo conto di non averlo mai rimosso. Certo, il tratto non è da disegnatore fumettista, ma la voglia di creare, di usare la fantasia, di andare oltre lo studio mnemonico, metodico (che, pure, è importante), era quella caratteristica che ci contraddistingueva. “Ci”, perché ricordo le “gare” nell’inventare storie animate da quei disegni assieme ai miei compagni di banco, Fabio e Tony. Storie che, poi, nei pomeriggi primaverili, interpretavamo in un cortile assolato di Via Roma 11, nel paesotto dove abitavamo (Caprarica di Lecce).
Oggi, senza grande meriti forse, rappresento l’associazione “Digital Champions ITALIA” nel medesimo paese.
Ed insegno informatica. E, da un paio di anni a questa parte, mi sono appassionato alla Robotica Educativa. Ed anche questo, evidentemente, era scritto in qualche filamento di DNA.

Ora mi è semplice capire perché ricevere a Natale una scatola con dentro un Kit Lego Mindstorm mi ha reso euforico: 30 (e passa) anni dopo, quel disegno che dovevo animare con la fantasia di bambino mi si era materializzato davanti agli occhi.
Avevo finalmente il mio oggetto del desiderio di bambino e, perbacco, potevo farlo muovere, parlare. Quante volte avrò sognato di costruire l’astronave di Goldrake, vestirmi da Actarus e volarci seduto dentro la scuola? Sogni, appunto.
Poi diventi grande, lo studio si fa “serio” e la fantasia la accantoni. Qualcuno ti spiega che non è il caso, che non si può, che “son cose da bambini” e ciò che conta, tutto ciò che conta, è scritto nelle “sacre scritture” dei libri di testo: di antologia, di grammatica, di letteratura (italiana, latina e inglese), di aritmetica, poi matematica e geometria, infine, solo se sarai bravo, di Analisi I e II, Calcolo Numerico, Architettura dei Calcolatori, Reti di Calcolatori e Basi di Dati.
Ma qualcosa dentro ti rimane. Sarà il “fanciullino” del Pascoli, sarà la sindrome di Peter Pan. Sarà la voglia di fuggire, ogni tanto, da una realtà che diventa stretta. Ma hai bisogno di scappare e di sognare. Di annoiarti giocando.
E poi, tutto si ricollega, quando sei pronto, quando hai la consapevolezza per capire, per apprezzare. Ciò che sei stato, ciò che sei, ciò che stai diventando. Nulla accade per caso.
Già, cosa sto diventando? Non lo so. Cosa farò in futuro non lo so, parafrasando Cesare Cacitti.

Ciò che so è che uno studente, la mattina del Lunedì dell’Angelo mi ha mandato questo messaggio su whatsapp (vedi foto).
Si chiama Simone Versienti, frequenta la VC del Liceo “Lilla” di Oria (Br), ed ha la sfortuna di avermi quest’anno come insegnante di Informatica.
“Mica posso divertirmi sui libri“. Questa frase può sembrare quella di uno studente che ha poca dimestichezza con lo studio, ma non è affatto così. Simone è, come tutta la VC, uno studente preparato, studioso, metodico. Perché la scuola in cui studia è una delle eccellenze del territorio. E non perché è arrivato il sottoscritto quest’anno, ma perché i frutti si colgono se si semina bene. E Dirigente e colleghi hanno seminato benissimo. Molto meglio di quanto sappia fare il sottoscritto.
Che, forse, ha il solo merito di aver detto ai ragazzi che esiste un “mondo” chiamato ARDUINO.
Ma questo merito non sarebbe nulla se il Collegio Docenti, con in testa la Dirigente Scolastica, non avesse approvato il progetto curricolare “A scuola di Making” nelle classi quinte.
Una sfida, considerato che quest’anno ci sarà il primo esame di maturità per l’opzione Scienze Applicate dei Licei Scientifici.
Certo, lo ammetto, la frase è tagliente. Invita alla riflessione. E, sebbene a nessuno può venire in mente la follia di disconoscere l’importanza dello studio delle “conoscenze”, inevitabilmente pone degli interrogativi sul modo con cui gli studenti (di oggi? Solo perché digital natives? Io ero così diverso da loro? Me lo chiedo spesso. Senza trovare risposta) sviluppano “competenze” ed “abilità“.
Ieri mi è arrivata quest’altra foto.

Simone ce l’ha fatta! Il pezzo è arrivato e lui, con esso (un sensore DHT11), scaricando la “libreria” open source dalla rete, ha costruito un sistema di rilevamento di temperatura e umidità collegato ad un display.
Gli ho scritto, scherzando, “scegli il voto in informatica per questo lavoro!“. Del resto, credo sia giusto che io esprima una valutazione: ha o non ha, Simone, dimostrato di saper fare applicando le conoscenze e, quindi, generando “competenze”?
La risposta è stata disarmante: <<No, prof, faccia lei. Io l’ho creato perché lo voglio mettere in macchina, non perché voglio un voto! E’ ancora un prototipo e devo pensare a come proteggerlo da pioggia e intemperie, visto che dovrà star fuori dall’abitacolo. Mi sono solo detto: ok, ho una macchina un po’ datata, ma perché quella di papà può avere questo sistema e la mia no?!>>.
I ragazzi mi stupiscono. Sempre. Spesso li vediamo ammattire per star dietro a verifiche e studio. E, ancor più spesso, dobbiamo letteralmente sudare per spiegare il “perché” di una valutazione che ritengono di non meritare.
Poi, invece, quando si mettono a creare, usando la fantasia (appunto!) dimenticano il voto e apprendono per il gusto di apprendere.
Ed allora è stato bellissimo chiudere la giornata di ieri con 90 minuti di pura delizia seguendo la trasmissione The Innovation Game su Repubblica TV, condotta magistralmente da Riccardo Luna.
Un format che il servizio pubblico italiano non riesce neanche a pensare. Perché troppo ancorato all’Auditel. Al voto, appunto!



E’ stato bellissimo ascoltare la storia delle startup biotech (Okairos) del Prof. Nicosia, i racconti di Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino.
Ma, soprattutto, è stato magnifico vedere ed ascoltare le storie dei ragazzi partecipanti allo Startup Junior Club: Alessia, lecchese, e Vittorio, beneventano. Due ragazzi che, insieme ai loro compagni, hanno fatto impresa partendo dalle loro passioni, da una idea, da un sogno.
Quel genio di Einstein aveva proprio ragione, allora.
La fantasia è più importante della conoscenza!