-Connessione! Connessione!
-Ho il 4G, ma non so se il tuo gestore è conveniente quanto il mio.
-E’ troppo lento, ci metterà un’eternità a scaricare…
-Il Wi-Fi??? Dammi la password…sbrigati!!
I nostri alunni…sempre connessi…attivi…veloci…
Gli piacerà il Manifesto di Marinetti, art.4:
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
E se la scuola potesse insegnare l’attesa? La pazienza? Il senso del tempo che scorre? La lentezza? Se la scuola potesse insegnare a stare fermi? A essere riflessivi? A sbagliare? Si, se la scuola potesse insegnare a sbagliare forse i ragazzi imparerebbero a distinguere i miti veri da quelli falsi.
Insegnare l’attesa è possibile, come anche insegnare a scegliere e a sbagliare. Con il gioco degli scacchi.
Gli scacchi a scuola non sono una novità. Per fortuna l’alto valore formativo del gioco è riconosciuto e i docenti nelle scuole sono supportati dalle Associazioni presenti sul territorio.
Ricordo un gruppo di ragazzi di scuola media coinvolti in un torneo con i nostri studenti del biennio.
Bisognava allestire l’aula, mettere in ordine i tavoli, aprire e preparare le scacchiere. Facevano tutto quasi con prepotenza e dimostrando una straordinaria eccitazione: quanta fretta! Quanta ansia! Poi, improvvisamente, una volta disposte le scacchiere … silenzio. Si guardano negli occhi e cominciano a giocare.
Erano giovanissimi ma esperti. Ho immaginato che avessero imparato in famiglia.
-Come vi siete avvicinati al gioco degli scacchi?
-Abbiamo iniziato a giocare sul pc. E adesso siamo passati agli scacchi veri e partecipiamo ai tornei.
Straordinario. Avevano iniziato con gli scacchi virtuali ed erano passati agli scacchi reali!
Perché gli scacchi a scuola?
Perché “sostengono l’alunno nella progressiva conquista della sua autonomia di giudizio, di scelte e di assunzione di responsabilità”.
Perché gli scacchi rappresentano un “duello ritualizzato” dove bisogna accettare le regole e rispettare l’altro.
Perché favoriscono la concentrazione e la memorizzazione.
Perché insegnano a scegliere, ad avere pazienza, a gustare l’attesa.
Perché un problema di scacchi non è altro che un esercizio di matematica pura.
Perché gli scacchi ci mettono di fronte al mondo e attraverso la costruzione di ipotesi possono allenare alla costruzione del futuro.
Una delle motivazioni a mio parere più affascinanti la leggiamo in una famoso racconto di Edgar Allan Poe, nel quale lo scrittore, discreto scacchista ma abilissimo nel gioco della dama, affrontò in 17 argomentazioni uno dei temi più controversi per gli amanti degli scacchi: se una macchina (in questo caso un automa) potesse giocare e vincere contro l’uomo.
Nessuna mossa, negli scacchi, segue necessariamente ad un’altra. Non possiamo prevedere, dalla particolare disposizione dei pezzi in una certa fase del giuoco, quale sarà la loro disposizione nella fase successiva. Facciamo la prima mossa, nel giuoco degli scacchi e, parallelamente, le premesse di un calcolo algebrico; capiremo immediatamente l’enorme differenza che li distingue. Da queste ultime, – dalle premesse algebriche, – deriva, inevitabilmente, la seconda fase del calcolo che è generato da esse. Così deve essere e non altrimenti. Ma dalla prima mossa del giuoco degli scacchi, non ne deriva necessariamente una seconda determinata.
(Edgar Allan poe, Il giocatore di scacchi di Maelzel)
