Non riesco a ricordare quando, ma ad un certo punto ho smesso di leggere un libro dalla prima all’ultima pagina. Deve essere successo più o meno dopo “Piccole donne” di Luisa May Alcott (che ho letto numerose volte) e sicuramente prima di “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Ho cominciato a leggere i libri senza seguire l’ordine delle pagine, ma smontando e rimontando, cercando e scoprendo, ferma nella convinzione che, se si vuole scoprire il segreto più nascosto di un libro, non lo si deve leggere come fanno tutti gli altri. Ai tempi della carta e della penna non era naturale leggere un libro così, anzi, piuttosto faticoso, ma l’esercizio si è affinato col tempo e si è rivelato una vera e propria qualità quando ho messo mano per la prima volta ad un ipertesto e ho cominciato a scrivere gialli (correvano gli anni Novanta). Leggendo i libri dalla fine passando non per il centro ma tornando all’inizio, ho imparato quanto sia difficile trovare le risposte, soprattutto quando non si seguono gli schemi, e scrivendo gialli ho imparato a farmi le domande, fondamentali per la ricostruzione della scena del crimine.
Di conseguenza, animata da un sacro spirito di condivisione con voi (i miei 25 lettori), affido allo schermo bianco una semplice riflessione, frutto di quell’esercizio del quale vi ho sinteticamente parlato, ma che ho avuto modo anche di affinare negli ultimi tempi. E questa riflessione è nata durante la mia partecipazione alla Maker Faire, ma non sapevo, allora, che stavo cominciando a leggere un altro libro dalla fine.
Roma, Università “La Sapienza”, Maker Faire Rome 2015, 17 ottobre, ore 13.30, room 11, incontro con giovani makers
Alla domanda di Mimmo Aprile “Cosa ti aspetti da un docente di Informatica” Cesare Cacitti risponde smontando il punto di vista della richiesta e ci conquista tutti dicendo di non saper dire cosa si aspetta quanto piuttosto cosa non si aspetta: non si aspetta, per esempio, che il docente insegni ad usare Word, Excel, a navigare con Internet Explorer. Al contrario, dovrebbe insegnare a disinstallarlo. Naturalmente la platea applaude. Ma quanti docenti di Informatica erano in sala ad applaudire?
Roma, Università “La Sapienza”, Maker Faire Rome 2015, 16 ottobre, padiglione C, stand 14, “Roboticsness, Liceo Scientifico Pepe – Ostuni”
Dialogo dell’assurdo. Un ragazzo guarda i Lego Mindstorm EV3 che hanno costruito i nostri studenti e utilizzato per gli esperimenti sulla cinematica.
“Io li conosco questi”
“Bravo”
“Li ho visti a scuola”
“Li sai costruire? Programmare?”
“No – il ragazzo abbassa gli occhi – Stanno chiusi, in un armadio, non li usiamo”
Roma, MIUR, 15 ottobre 2015, prot. AOODGEFID, registro ufficiale (U) 0012810, Fondi Strutturali Europei, PON “Per la scuola, competenze e ambienti per l’apprendimento” 2014-2020, Avviso pubblico rivolto alle Istituzioni Scolastiche statali per la realizzazione di ambienti digitali. Asse II Infrastrutture per l’istruzione – Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) – Obiettivo specifico – 10.8 – “Diffusione della società della conoscenza nel mondo della scuola e della formazione e adozione di approcci didattici innovativi” – Azione 10.8.1 Interventi infrastrutturali per l’innovazione tecnologica, laboratori professionalizzanti e per l’apprendimento delle competenze chiave.
Un nuovo bando, nuovi finanziamenti. Si possono spendere tra 20mila e 24mila euro per progettare spazi alternativi per l’apprendimento, laboratori mobili, aule “aumentate” dalla tecnologia.
Le parole chiave sono ACCESSO, INCLUSIONE, PERSONALIZZAZIONE, INTERAZIONE
In questa “scuola del futuro prossimo venturo” la presenza dello studente viene registrata da un totem all’ingresso; il cronoprogramma della giornata scorre su diversi monitor posizionati in angoli strategici; non esistono le classi, ma le aule disciplinari che i docenti della stessa materia condividono; l’orario delle lezioni è flessibile; si interagisce in situazione e a distanza con il docente attraverso l’uso di diversi dispositivi informatici, messi a disposizione dalla scuola o personali dello studente.
Il bando è fiducioso, cito testualmente: “Siamo di fronte ad un cambiamento del paradigma educativo che porta nella direzione di un definitivo superamento dell’insegnamento trasmissivo, e trasforma lo scenario del fare lezione arricchito e potenziato di nuove e molteplici didattiche laboratoriali per l’acquisizione di conoscenze e competenze”
Domanda a risposta chiusa
Per superare l’insegnamento trasmissivo è necessario:
a) Acquistare nuovi tablet
b) Sostituire banchi e sedie
c) Aumentare la dotazione di LIM
d) Ripensare la didattica
La risposta giusta è la D. Ripensare gli ambienti scolastici significa in primo luogo ripensare la didattica.
Sarebbe molto grave progettare, finanziare e realizzare una di quelle aule senza gerarchie, dove tutto si muove, tutto è in rete, per lasciare che qualcuno insegni word, excel, non perché non facciano parte della storia dell’Informatica, ma perché “a prescindere” si trascura tutto quello che è arrivato dopo (non è nel Programma).
Sarebbe oltremodo disdicevole utilizzare soldi pubblici per comprare Lego Mindstorm Ev3 da tenere chiusi nell’armadio e tirare fuori dalla naftalina durante le giornate di orientamento in ingresso.
Non ci fate morire di bulimia di attrezzature.
Pensate alla formazione e alle competenze dei docenti.
Prima le menti poi gli ambienti.
Paola Lisimberti

Pienamente d’accordo. Ci sono sempre più dirigenti scolastici orientati all’uso maggiore delle ICT a scuola. Del resto, con tutti questi bandi che vengono emanati dal MIUR per acquistare hw e sw e potenziare la connettività non si può certo stare con le mani in mano.
Ma il rischio che paventa Paola Lisimberti, ovvero la bulimia tecnologica -già di per sé deleterio- porta secondo me a un potenziale effetto collaterale disastroso: il rifiuto acritico di molti insegnanti, che si vedono piombare addoso tablet e registro elettronico come una imposizione.
Ciò che manca è un orientamento interno nelle scuole dedicato agli stessi insegnanti, che li porti a ripensare la didattica, prima ancora che all’uso dei dispositivi e dei servizi tecnologici.
E questo ripensamento della didattica non può essere condotto da esperti esterni, con interventi spot. Servirebbero solo a far sentire da un lato ancora più frustrati i docenti tecnofobi e dall’altro ad annoiare a morte quelli che invece le ICT le usano abitualmente. Questo processo dev’essere incardinato nelle singole scuole, deve essere trasversale alla didattica nelle aule, alla progettazione della didattica, alla gestione della didattica.
Tutto ciò si può ottenere solo se a coordinare questo processo sono i docenti stessi, che fanno parte dell’organico scolastico, con un ruolo da tecnologi. Persone che conoscono bene il lavoro dell’insegnamento, che i colleghi devono sentire parte del loro gruppo, dei pari. E che sappiano ispirare fiducia, fungere da mentori per loro, e assieme ripensare la didattica.