Una mattinata grigia e uggiosa. Colazione al bar. Una chiacchierata con una cara amica. Sa che sono Digital Champion e mi chiede se ci sono opportunità per la sua generazione: gli ultrasettantenni.
Mi confessa con orgoglio di possedere un tablet.
“Di là ho un tablet. Ed è solo mio. Mi piace. E’ uno strumento utile e lo devo usare. Non significa niente avere la mia età. Grazie al tablet, io che non ho potuto studiare oltre le elementari ho imparato a leggere. E scrivo a mia nipote che mi mette i voti e mi corregge”.
Capisco che quel tablet è meglio che non glielo tocchi nessuno, ma quella affermazione “ho imparato a leggere” rafforza quella che da sempre è stata una mia convinzione: la scuola, ancor di più in questo momento, ha il dovere di alfabetizzare alle nuove tecnologie non una sola generazione, ma tutte. Non c’è un posto diverso dalla scuola per farlo.
Il mio pensiero va al progetto NonniSudInternet, che ho seguito con la Fondazione Mondo Digitale per tre anni nella mia scuola. E le racconto la mia esperienza.
La mia scuola ha partecipato per tre anni al progetto NonniSudInternet promosso nelle scuole italiane dalla Fondazione Mondo Digitale, che ha visto impegnati gli studenti in un percorso nuovo ed originale: un corso di alfabetizzazione sulle nuove tecnologie della multimedialità per i “nonni”. I nonni-studenti sono seguiti da studenti-insegnanti che insegnano come si usa un programma di videoscrittura, come si fa ricerca utilizzando un motore di ricerca, cosa è un “file”, come si crea e gestisce un documento, come si salva e si stampa. In breve, come rendere “amico” quello che potrebbe essere un “nemico giurato”, cioè il PC e come guadagnare all’universo digitale nuovi potenziali utenti.
http://www.mondodigitale.org/cosa-facciamo/aree-intervento/invecchiamento-attivo
Le generazioni che sono da tempo andate in pensione non hanno vissuto in prima persona la fase di aggiornamento alle nuove tecnologie e si sono trovate, improvvisamente, tagliate fuori dai nuovi processi di comunicazione: questo non significa soltanto non sapere cosa è un social network, ma anche non poter accedere ad una rete utile di servizi che la pubblica amministrazione mette a disposizione del cittadino, come la prenotazione di una visita medica. La cosa straordinaria, che mai era accaduta prima, è che ad insegnare agli anziani possano essere i giovani. Nell’immaginario tradizionale il patrimonio culturale, custodito dall’anziano, era trasmesso di generazione in generazione, in un percorso dal passato al futuro. Ora sono i giovani ad avere a disposizione un patrimonio di conoscenze da tramandare e da insegnare: il linguaggio delle icone, la logica delle finestre, l’uso del puntatore, le modalità di connessione. Un percorso al contrario.
Durante il progetto ho visto accadere in quel laboratorio di Informatica cose straordinarie.
I ragazzi hanno dovuto abituarsi a dover spiegare a parole e senza mai toccare un mouse quello che abitualmente fanno meccanicamente, i “nonni” hanno sorriso per i tanti errori, ed è anche accaduto che, dopo le lezioni teoriche, il picco di interesse sia stato proprio per il social più frequentato: Facebook. Così, una volta attivato il profilo, gli anziani si mettono in comunicazione con l’amico che non vedevano da anni, si tengono in contatto con i figli e i nipoti lontani. Il tutor insegna al nonno ad aprire una cartella o a caricare una foto o a parlare usando tutte quelle nuove parole come cliccare, taggare, postare. Rimane il fatto, però, che si viene costruendo, tra docenti e discenti, un legame di affetto, e allora tra le righe si capisce che i ragazzi non mancano mai all’appuntamento perché un nonno non l’hanno mai conosciuto o perché abita lontano o perché hanno bisogno di sentirsi utili o perché amano condividere quel mondo che gli appartiene e non necessariamente con i coetanei.
Il valore aggiunto di tutto questo risiede nell’amicizia e nel legame tra generazioni, che segue sempre le stesse regole di un tempo: dove c’è un nonno disposto a raccontare c’è sempre un nipote desideroso di ascoltare.
La colazione al bar ha solo un difetto: dura troppo poco.
Paola Lisimberti