Il titolo può apparire polemico. In realtà, è solo provocatorio. Ma se la provocazione viene da una frase pronunciata da Don Lorenzo Milani, allora spero che mi sia perdonata: per aver osato citare Don Milani, non per la provocazione.

La frase continua con <<…che vi piegherete completamente alle usanze, che vi vestirete come vuole la moda, che passerete il tempo come vuole la moda.[…] Rifletteteci! Ne avete l’età.>>.

Ho sempre mal sopportato l’idea di seguire le “masse”, pensare come vuole che lo faccia la “categoria”, ancor peggio il “collettivo” (se scritto con la “k”, poi…). Con umiltà, cerco di trasferire questo “modus operandi” agli studenti. Fino al punto di dir loro, dovete diventare hacker. Non nel senso informatico, ma nella testa e nel cuore: aver la voglia di mettere in discussione tutto, anche ciò che dico io, vostro prof. Non per il gusto di contestare, ma per seguire virtute e canoscenza. Perché non men che saver, dubbiar m’aggrata.

Ed è per questo che ho invitato gli studenti a partecipare alla consultazione su “La Buona Scuola” del Governo Renzi, fin dal settembre scorso: <<Non lasciate fare ai Collegi Docenti e ai Sindacati. Fatevi una vostra idea ed esprimetela.>>

Ed ho continuato invitandoli a seguire l’evoluzione del Disegno di Legge n.2994, in discussione nelle Commissioni Parlamentari in questi giorni.

Ed anche in questo caso, li ho invitati ad avere una opinione propria a non subire l’indottrinamento di nessuno, nemmeno e soprattutto il mio.

Ma, a prescindere dalla motivazioni pro o contro lo sciopero, che scuola vogliono gli studenti?
Inutile nascondersi dietro un dito: la scuola di oggi è uguale a se stessa da tanto, troppo tempo.
Certamente hanno inciso i tagli draconiani che sono stati operati nel comparto. Ma quanto, la disillusione e, a volte, distacco e svogliatezza degli studenti ha a che fare con una scuola non interessante, per citare Alessandro D’Avenia, prof. scrittore (Bianca come il latte, rossa come il sangue)?

Con una classe dell’istituto in cui insegno, dunque, abbiamo messo su un questionario su surveymonkey: poche domande, per lo più a riposta chiusa.

Nessuna presunzione di ritenere questo sondaggio una analisi statisticamente valida (campionamento, in primis), ma è e rimane un esperimento didattico di cui riporto i risultati.

Hanno risposto al questionario 136 ragazzi tra i 13 e i 19 anni.


Distribuzione x etàDi questi, più della metà è tra i 16 e i 17 anni, ossia frequentanti le classi III e IV di un Istituto superiore. Ed è anche logico, considerando che coincide con l’età dello sviluppo critico ed analitico personale e, soprattutto, sono ragazzi che sentono proprie le problematiche scolastiche.

Una delle domande, in linea con quanto previsto dall’art. 2 del DDL, consisteva nel chiedere quali insegnamenti opzionali avrebbero voluto potenziare/introdurre.

Grafico_D2_150507I ragazzi sembrano particolarmente attratti da insegnamenti legati all’ICT come Informatica (57.3%) e Robotica educativa (48.5%) ma la possibilità di incrementare l’insegnamento col metodo CLIL e l’introduzione della Musica seguono a ruota (28.7% e 41.2%, rispettivamente).

Collegato a questo, l’art. 3 comma 1 del DDL prevede l’istituzione del curriculum dello studente, ovvero “insegnamenti opzionali a scelta dello studente, ulteriori rispetto a quelli già previsti dai quadri orari per lo specifico grado, ordine e opzione di istruzione”.
Questa opportunità è vista con particolare favore dagli studenti che hanno risposto al questionario: ben il 93.4% dei ragazzi che hanno risposto, ritengono interessante questa opportunità.

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Un vero plebiscito, inoltre, riguarda l’opportunità che le scuole si dotino di infrastrutturazione tecnologica e, inoltre, aprano le porte all’utilizzo di dispositivi mobile nella pratica didattica che, a loro parere, deve avere un taglio più laboratoriale, di ricerca-azione, aprendosi anche al territorio con percorsi di alternanza scuola-lavoro.

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Infine, la possibilità che l’istituto scolastico (senza alcun riferimento al Dirigente o altro organo) possa in qualche modo avere voce in capitolo nel confermare un docente, entrando nel meccanismo di scelta è vista con estremo favore da coloro i quali hanno risposto alle domande.

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Dall’indagine, seppur con tutti i limiti già evidenziati, emerge chiara una indicazione che muove verso una profonda innovazione metodologica prima ancora che tecnologica.

Ad alcuni tutto questo sembrerà una strumentalizzazione. A nulla varrà dire che così non è, per chi ritiene tale aver parlato in classe di ciò contro cui la “scuola” è scesa in piazza. E poco importa se, per riempir quelle piazze si è fatta opera di convincimento, il più delle volte legittima, in alcuni casi molto meno.

Non importa.

A me importa che i ragazzi abbiano coscienza delle proprie azioni. Anche delle obiezioni di coscienza.
Ed allora, chiedendo perdono nuovamente, ricorro ancora a Don Lorenzo:
<<La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede.>>
Un po’ come fare l’hacker, insomma, in un sistema che si difende da ogni possibile cambiamento.

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 La IVC del Liceo "Lilla" di Oria (BR) con il Prof. Aprile

Chissà se Don Milani si sarebbe fatto i selfie, con gli studenti.
Io credo di si. E voi?

don milani

“Purtroppo la mia previsione è che sarete pecore…”
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4 thoughts on ““Purtroppo la mia previsione è che sarete pecore…””

  • La scuola italiana funzionava benissimo prima delle riforme dal ’94 in poi: es. il “Progetto 92” fu la prima riforma che iniziò a distruggere l’istruzione professionale fino allora improntata su 20 ore di pratica e 20 ore di teoria: modello buttato via dall’Italia e ripreso dal Trentino e dalla Finlandia. Al posto della pratica (pardon “DIY”, scusatemi), introdussero Diritto, Scienze, Italiano, materie assurde per chi sceglieva quella scuola. Erano tutti “maker” gli studenti tecnici-professionali italiani prima del 94: nessuno se ne vantava, non si facevano autocelebrazioni (né docenti, né discenti) ma soprattutto ognuno capiva tutto quello che realmente facevano, a partire dal principio di funzionamento teorico.

    1. Indubbiamente l’indirizzo “professionale” è stato svalutato nel corso degli anni.
      Ma, obiettivamente, non riesco ad individuare un responsabile unico.
      Per esempio, quanto ha inciso il “comune sentire” nel ritenere le scuole di serie A (Licei), B (Tecnici) e C (Professionali)?
      Ad un certo punto, l’italiano medio ha ritenuto importante “il pezzo di carta” e non le competenze: meglio avere in tasca una Laurea che “può sempre servire”. Perché? Perché abbiamo un sistema pubblico (anche concorsuale) sbilanciato verso la valutazione ex ante e, soprattutto, dei titoli. Perché abbiamo un sistema privato che, anche se sta cambiando, si è mosso molto sul piano clientelare familistico.
      Infine, ma non da ultimo, hai ragione quando dici che, nel Professionale, si studiano troppe materie con “effetto spezzatino”: l’anno scorso, insegnando in un biennio Professionale, ricordo di aver contato 15 o più insegnanti in UN consiglio di classe!
      Vuol dire che, la maggior parte di noi colleghi, svolgeva 2 ore/settiman/classe. Assurdo!
      Non è che questo è il risultato di una logica di reclutamento che ha risposto un po’ troppo ad esigenze di tipo assistenziale?
      Forse sarebbe giusto chiederselo.

  • Non è un problema di auto celebrazione, ma di cambiamento culturale.
    La società del ’94 era profondamente diversa da quella attuale.
    Solo la scuola sembra non essersene accorta.
    Inoltre, nel ’94 i docenti e discenti dei professionali saranno anche stati tutti makers ma, ahimè, se nessuno se ne è accorto, quelle attività saranno rimaste un po’ troppo all’interno delle 4 mura, imprigionate in una didattica di presunta superiorità.
    Tutto questo ha prodotto un evidente problema: il settarismo ed elitarismo della cultura scientifica.
    Forse, qualche colpa del digital mismatch proviene proprio da lì.
    Il fenomeno dei makers, invece, tende ad essere “per tutti”, proprio perché consente la diffusione attraverso anche le nuove frontiere (il web che nel ’94 era agli albori).
    Quanto al fatto di ritenere “assurde” materie come Diritto, italiano, etc, credo che sia un altro clamoroso errore: la “separazione dei saperi” a compartimenti.
    Che, poi, non servono le competenze di lettura per interpretare un testo tecnico?
    E conoscere elementi di Diritto di impresa per chi è un professionista?

  • Ti posso assicurare che questi saperi e competenze non ci sono stati: ora tutti i ragazzi del professionale non sanno scrivere e non sanno leggere, non sanno fare di conto e non sanno nemmeno la pratica. Un disastro voluto e partorito dall’alto. La riforma Gelmini ha infine dato il colpo di grazia. L’unica buona scuola sarebbe abolire queste due riforme, ma a quanto vedo se ne guardano bene i governi di turno .

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