Una riunione tra colleghi. In sala docenti? In corridoio? No. Su Drive. Ed è nata una riflessione a tre voci.
Paola: – Mi ha davvero molto colpito la “guerra dei social” sul decreto legge in discussione alla camera…disinformazione, tanto livore, toni inadeguati alla professione docente, specchietti per le allodole come il tam tam sulla “chiamata diretta” costruiti ad hoc per spostare l’attenzione della massa e alimentare il facile dissenso…
Danilo: – Dirigente padrone, scuola/azienda, lavoreranno solo i raccomandati…concordo con te. Non si sta centrando il nocciolo della questione. Ci sono ben altre cose di cui un insegnante moderno dovrebbe essere indignato, per esempio la mancanza di infrastrutture adeguate per modernizzare la didattica e portare a regime l’uso del registro elettronico: nelle maggior parte delle scuole italiane manca la rete wireless. La connessione è lenta e le postazioni fisse o mobili sono in numero ridotto rispetto agli utenti, per non parlare delle strabilianti richieste di consegnare moduli cartacei o inviati via fax…dico “fax”!!!

Paola: – La modernizzazione del sistema sembra sia impossibile. L’impressione, all’esterno, credo sia di profonda resistenza al cambiamento dell’intera classe docente…io, sinceramente, non mi riconosco…
Mimmo: – Per me il cuore della questione è, comunque, non tanto nel numero delle dotazioni tecnologiche disponibili, ma nella qualità dell’insegnamento e quindi del nostro lavoro. Uno dei principali problemi del sistema scolastico italiano era e rimane la creazione di un magma di precariato “informe” senza alcuna reale valutazione delle competenze che, invece, tendono ad essere standardizzate da un sistema “a punti” (Master e Corsi di Perfezionamento) in cui l’esperienza di insegnamento è valutata in egual misura, a prescindere dal monte ore di insegnamento, dal voto di laurea e, soprattutto, dalle reali competenze.
Danilo: – Mimmo, adesso vuoi davvero la rivoluzione!
Mimmo: – Non si tratta di rivoluzione, ma almeno di razionalizzazione del meccanismo di assegnazione del personale alle sedi di servizio. Il corpo docente viene considerato come “manovalanza culturale”, alla stregua di un operaio generico che va bene per “linee di montaggio culturali”: accade così, quindi, che chi insegna Sistemi e Reti in un V anno di un Istituto Tecnico Industriale ad indirizzo informatico sia equipollente rispetto a chi insegna TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) in un biennio di un Istituto Professionale o Informatica in un terzo anno del Liceo Scientifico opzione Scienze Applicate. Ed è talmente “indifferenziato” che egli può switchare da un indirizzo ad un altro, anche ogni anno, purché sia fatto salvo il potere della buroscuola: il diritto acquisito, formato da punteggio in graduatoria e “massima comodità” del docente (di ruolo, magari) che si sceglie la sede.
Paola: – Ma viene prima il diritto all’istruzione o il diritto del lavoratore ad attivare ogni meccanismo possibile per costruirsi un percorso lavorativo a sua immagine e somiglianza?
Mimmo: – In effetti, ad oggi, il sistema di reclutamento è un intreccio micidiale di trasferimenti e assegnazioni (la mobilità professionale e geografica) e immissioni in ruolo che determinano un meccanismo perverso di ipermobilità (la Fondazione Agnelli ha più volte sottolineato questo aspetto) che non accade in altri settori della Pubblica Amministrazione.
Danilo: – Veramente, la cosa che non sopporto è dover dire ai ragazzi a fine anno: “Mi spiace, ragazzi, ci tengo tantissimo a continuare questo cammino con voi, ma dove starò l’anno prossimo lo saprò solo ad agosto, se sono fortunato, ma sicuramente a settembre”? Forse troppo spesso ci si dimentica che quello del docente NON è solo un lavoro. Insegnare vuol dire guidare Vite, formare Cuori e Cervelli, svilupparne attitudini, valorizzarne le potenzialità, e far capire loro che, impegnandosi, tutto è possibile, e che la Scuola è un progetto da amare, non un luogo da (mal) sopportare.
Paola: – Un rivoluzionario e un sentimentale!! Una terza via?
Mimmo: – Difficile. La buroscuola non vuole morire, nonostante la veglia funebre. Questa è una professione, ma il sistema non valorizza la dimensione della professionalità, piuttosto la mortifica, ignorando anche il problema della continuità didattica. Quando un docente è assegnato ad una scuola (dal caso come dalla graduatoria), non importa a nessuno quali siano le sue reali competenze ed inclinazioni didattiche (metodo, soprattutto, ma anche conoscenze specifiche). E’ irrilevante. E anche quando la situazione sia così fortuitamente felice da vedersi assegnare un docente che sposi perfettamente l’offerta formativa e il POF, nonché il modus operandi didattico dell’Istituto, quella scuola non ha alcun potere nel trattenere quel docente che ritiene allineato ai propri orientamenti e percorsi.

Paola: – Concordo. Contano i numeri, l’ordine, i punti, le precedenze, le ore che scompaiono e ricompaiono, gli organici, di diritto, di fatto, i trasferimenti, le assegnazioni….la terza via? Forse sono stata ottimista.
Mimmo: – No, te lo spiego. Supponiamo di avere la situazione che segue.
3 posti (della stessa materia) da assegnare nelle scuole A, B, C
In graduatoria ci sono Tizio, Caio e Sempronio, in ordine di punteggio.
Oggi, Tizio sceglierà la scuola tra A, B o C (supponiamo A senza ledere la generalità del ragionamento) magari solo per vicinanza geografica alla propria abitazione. Poi Caio sceglierà tra B o C (supponiamo scelga B). Infine Sempronio NON sceglierà e gli toccherà C.
Ora, quello che potrebbe accadere (e, spesso, accade) è che, in realtà, Tizio ha una idea didattica molto diversa da quella che nel POF della scuola A viene esplicitata. Nel frattempo, Caio starà soffrendo la rigidità della scuola B (e, magari, avrebbe preferito insegnare nella scuola A, dove, magari, l’anno precedente si era trovato bene). Sempronio, invece, sta benissimo e non gli par vero di aver trovato il Paradiso. Ma 2 docenti su 3 sono insoddisfatti della scelta, stanno lavorando in condizioni non ottimali e le loro rispettive scuole non li valorizzano.
E l’anno successivo potrebbe andar anche peggio perché arriva il collega Ciancio tramite un trasferimento, nella scuola C, che non potrà trattenere Sempronio (precario)!
Danilo: – Chiarissimo
Paola: – Io mi sono persa, ma sono laureata in Lettere Classiche e con voi proprio non ce la posso fare…
Mimmo: – Allora ti spiego cosa accade in un sistema ideale. La scuola C dovrebbe poter trattenere Sempronio, mentre la scuola A avrebbe tranquillamente potuto formulare una proposta di lavoro a Caio, invece di doversi “subire” Tizio che, comunque, andrebbe a lavorare (e non resterebbe escluso dal sistema) nella scuola B.
Danilo: – La terza via potrebbe essere riuscire a coniugare diritti del lavoratore e i diritti dell’utenza. Fermo restando che i diritti dell’utenza vengono prima. Per esempio: le assemblee sindacali in orario pomeridiano per non sottrarre ore di lavoro agli studenti? Come vi sembra come proposta?
Mimmo: – Impopolare!! Ma razionale!!
Paola: – Già, i diritti dell’utenza. Perché la scuola appartiene agli studenti, giusto? Parliamo di scuole aperte tutto il giorno, di orario continuato per tutti anche alle superiori, parliamo di una scuola aperta di pomeriggio ma anche di sera che possa rappresentare un presidio sul territorio: presidio di democrazia, opportunità, luogo di confronto, costruzione di un progetto di vita, orientamento…
Danilo: – In realtà, bisogna considerare l’impossibilità, in molte scuole, di poter utilizzare le strutture in orario extracurricolare (pomeridiano). Parlo anche di iniziative gratuite, incontri con gruppi di studenti, progettazione di giornali scolastici, cineforum, esperimenti, letture di gruppo, qualsiasi iniziativa che oggi è invece quasi interamente demandata ai bandi (per esempio i PON) e ai finanziamenti e non tiene conto della volontà dei docenti di offrire le loro competenze in campi extra-scolastici (o solo extra-curricolari) per la crescita umana (e anche professionale) degli studenti.

Paola: – Non concordo sempre con la gratuità. Il docente è un professionista che lavora e come tale deve essere giustamente retribuito. Il volontariato? Ci sono altre associazioni. Stiamo parlando di Scuola Pubblica.
Mimmo: – Non farla arrabbiare…
Danilo: – Bisogna essere capaci di andare oltre, di rompere gli schemi, avere il coraggio di modernizzare profondamente il sistema. Per esempio, come liberarsi di procedure superate, quali la domanda di ricostruzione della carriera? Un database globale delle scuole italiane su cui, con un click, il segretario della scuola X possa ricavare TUTTA la carriera di un docente? Troppo difficile?
Mimmo: – Il processo di innovazione viene rallentato, la tecnologia demonizzata perché fa lavorare troppo…
Paola: – Credo che i massimi peccati della scuola italiana siano facilmente riconoscibili nell’autoreferenzialità, nella pratica dell’immobilismo e nella routinarietà sempre salvaguardata. Come andremo incontro alle sfide che ci attendono?
Mimmo: – #iononsciopero
Danilo: – #iononsciopero
Paola: – #iononsciopero
Mimmo Aprile, Paola Lisimberti, Danilo Marano
Perchè non proporre anche i progetti in orari pomeridiani invece che curriculari? Perchè non proporre che gli alunni che non vogliono studiare ,nonostante le innumerevoli strategie applicate , siano ricollocati in corsi professionali veri e reali? Insomma una volta il concetto era o studi o lavori, ora è :vado a scuola tanto non posso essere bocciato perchè molti porfessori rischiano di essere soprannumerari? Infine il sistema a punti è assolutamente folle ,come sono folli il numero incredibile di leggi 104 che esistono nel comparto scuola. Perchè non dire che una scuola di qualità fa a pugni in modo incredibile con una di quantità?
Guarda che è esattamente ciò che si intende…
Basterebbe leggere.
Quanto agli alunni “da bocciare”, la visione della sua scuola è da ottocento: la bocciatura è una sconfitta per chi insegna, non una vittoria.
Una scuola che boccia è un ospedale che si rallegra della morte di un paziente.