La tecnologia senza la fantasia non serve a nulla (Bruno Di Marino)
Questa è la frase che mi ha colpito di più dell’introduzione al volume di Donato Maniello (insieme con Luigi Console) “La realtà aumentata in spazi pubblici. Tecniche base di video mapping” (Edizioni Le Penseur)
Bisognerà ricordarsene tutte le volte che la fiducia nel potere della tecnologia sconfina nell’idolatria dello strumento (pc, smartphone, tablet).
Si svolge in questi giorni ad Ostuni la terza edizione del GLOWFestival, patrocinato dall’IYL (International Year of Light). Il 2015, infatti, è stato proclamato dall’UNESCO Anno Internazionale della Luce e delle Tecnologie basate sulla Luce. Ma come possono la luce e le nuove tecnologie trasformare e valorizzare un luogo? La ricetta è semplice: si sceglie una location (un bene culturale come l’altare di una chiesa barocca o il chiostro di un ex convento francescano) e si proietta un gioco di immagini sincronizzate con i suoni. L’effetto sullo spettatore è di meraviglia assoluta e il pubblico si sente “parte” dell’opera d’arte. Si chiama video mapping ed è una nuova frontiera dell’arte e della tecnologia: consiste nel proiettare “immagini” in computer grafica su superfici reali, ottenendo spettacolari effetti di proiezione 3D. Una realtà aumentata dalla tecnologia, ma anche un modo per valorizzare i nostri beni artistici e architettonici.


Ma come si può portare a scuola una materia di così grande fascino e impatto?
Gli organizzatori del festival hanno inserito, tra le call, la “Mapping4 Kids”.
Sul sito http://www.glowfestival.it/ sono stati messi a disposizione i tracciati (in bianco e nero) che possono essere stampati su un foglio di dimensioni A4. La creatività e l’immaginazione fanno tutto il resto, fanno la differenza.

Il video mapping è, naturalmente, una disciplina molto complessa che richiede alti livelli di competenza e il titolo di questo post, per giunta in giorno festivo e quindi “sacro”, vuole essere una provocazione, sia pur misurata. L’educazione all’uso delle nuove tecnologie non può trascurare, a mio parere, una materia così affascinante e nella scuola gli spazi interdisciplinari per trattarla ci sono.
L’artista coinvolge attraverso un gioco di luci e suoni il pubblico, che viene completamente assorbito nell’installazione in un processo di “fruizione rapita”. Tutto questo accadeva anche nel Barocco, dove il fedele si sentiva parte attiva nella fruizione artistica che “aumentava” la percezione di fede. Non è un caso che l’altare barocco nella chiesa di San Vito martire ad Ostuni continui, durante il Glowfestival, ad esercitare il suo potere attrattivo di macchina architettonica integrandosi perfettamente in una rete tecnologica (che un architetto del passato avrebbe definito “apparato”) che innesca nuovamente l’eterno gioco di visione, astrazione, elevazione.
