…”.A scuola molto spesso ci si concentra sull’insegnamento e molto meno sull’apprendimento. Per molti a scuola si insegna e a casa si impara . Se nella scuola ci occupassimo più degli apprendimenti molto probabilmente li miglioreremmo . Dovrebbe essere noto a tutti che le scuole esistono per promuovere gli apprendimenti….” ( S.Giuliano )

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È proprio per condividere questo assunto che ,il 13 Febbraio, in tanti ci siamo incontrati a Roma presso la Città Educativa , sede di ” Fondazione Mondo Digitale “, al primo convegno nazionale sulla ” flipped classroom “cioè ’insegnamento capovolto.

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“La flipped classroom – ha esordito De Mauro – apre la strada a una didattica inclusiva, in cui gli studenti stanno in classe non per assistere passivi alla lezione, ma per studiare insieme ed essere seguiti individualmente”.

L’obiettivo dell’insegnamento capovolto (flipped teaching) è proporre un modello di sperimentazione della classe del futuro attraverso una rivoluzione della struttura stessa della lezione, ribaltando il sistema tradizionale che prevede un tempo di spiegazione in aula da parte del docente, una fase di studio individuale da parte dell’alunno a casa e successivamente un momento di verifica e interrogazione nuovamente in classe.

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L’insegnamento capovolto nasce dall’esigenza di rendere il tempo scuola più funzionale e produttivo per il processo d’insegnamento-apprendimento, investendo le ore di lezione nel risolvere i problemi più complessi, approfondire argomenti, collegare temi e analizzare i contenuti disciplinari, produrre elaborati magari in gruppo e in modalità peer to peer (tra pari) in un contesto di laboratorio assistito. Nella flipped lesson (“lezione capovolta”), il docente non è più un semplice “dispensatore di sapere”, ma assume un ruolo di guida e di tutor fornendo agli studenti la propria assistenza in aula per fare emergere osservazioni e considerazioni significative attraverso esercizi, ricerche e rielaborazioni learning by doing (“apprendimento mediante il fare”) condivise.

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In questo modello c’entra di certo la tecnologia, che non diventa un orpello, ma il presupposto di una “svolta di paradigma” che porta con sé a cascata una rivoluzione: del setting d’aula, della relazione con gli studenti e la famiglia, e anche del processo di valutazione. Che, ha detto Mario Castoldi dell’Università di Torino, “deve smetterla di essere un momento isolato, separato, falsamente oggettivo”, ma deve essere incentrato sui processi: la valutazione deve essere giocata nella quotidianità e non nel voto asettico di fine anno.
Lo strumento impiegato in questo tipo di didattica è soprattutto il “video” – nella forma di tutorial-video o di video-lezione – oltre ad altre risorse multimediali, sia realizzate dal docente stesso sia semplicemente da lui distribuite attraverso piattaforme di e-learning.

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La lezione diventa quindi un’attività in modalità blended, presente anche fuori dalla classe e soprattutto sempre disponibile per lo studente che la può rivedere fino a quando non l’ha appresa.
Questo metodo – hanno spiegato la Fondazione Mondo Digitale e l’associazione per la promozione della classe capovolta Flipnet, durante il convegno a Roma – prevede che a scuola si lavori insieme all’insegnante con pc, tablet e smartphone, mentre a casa si assimilano le lezioni attraverso podcast e video tutorial.

Infatti Il primo momento prevede il suo svolgimento a casa, mentre il momento centrale e la fase conclusiva sono vissuti in classe: ecco perché la lezione viene capovolta, perché la fase dell’emissione di informazioni viene in parte delegata ai materiali multimediali forniti dal docente e collocata al di fuori del tempo scuola (blended learning).

Secondo la didattica per EAS (Episodi di Apprendimento Situati) elaborata dal professor Piercesare Rivoltella, direttore del Cremit dell’Università Cattolica di Milano, il modulo didattico della flipped classroom deve essere strutturato in tre momenti:

momento preparatorio:
il docente seleziona e assegna agli studenti risorse multimediali relative all’argomento in oggetto utili a fornire un’introduzione, un framework concettuale, e assegna compiti da svolgere. Gli studenti consultano e prendono visione delle risorse;
momento operatorio:
è la fase in cui gli studenti svolgono il compito, ovvero creano prodotti atti a dimostrare il loro apprendimento. Siamo quindi nella fase dell’applicazione quella in cui emerge la capacità di far uso dei materiali conosciuti per risolvere problemi nuovi. Naturalmente gli studenti possono utilizzare strumenti vari per dimostrare quello che hanno imparato, ma sempre più spesso vengono impiegati strumenti di narrazione digitale (video, mappe, slideshow, storytelling ecc.);
momento ristrutturativo e conclusivo:
il docente valuta e corregge i prodotti digitali elaborati dagli studenti, fissa i nodi concettuali emersi e soprattutto accompagna la classe verso una rielaborazione significativa di quanto si è appresso durante l’EAS.

Il modello didattico flipped opera una mediazione che tende ad avvicinare l’insegnamento scolastico agli stili cognitivi e di apprendimento dei nostri studenti, sempre più variegati e in continua evoluzione anche per via dello sviluppo tecnologico che ci porta a modificare periodicamente le modalità con cui trattiamo le informazioni…

Angela Gatti

IL… “CONVEGNO NAZIONALE SULLA FLIPPED CLASSROOM “…riflessioni…

3 thoughts on “IL… “CONVEGNO NAZIONALE SULLA FLIPPED CLASSROOM “…riflessioni…”

    1. Forse non è emersa ,nella dimensione giusta ,in questo ristretto resoconto di quello che è stato detto e visto durante il convegno, ma l’aspetto socializzante della flipped classroom è il filo conduttore della metodologia : lavoro di gruppo, confronti, discussioni, valutazione pear to pear, cooperative learning, …e molto altro…tutto questo avviene in classe. ..a casa si vede la lezione e si comunica con le varie tecnologie. ..se non è socializzazione questa. ..

    2. Obiettivamente, non ho capito il senso di questo commento.
      Cosa sarebbe “triste”?
      Quanto alle “conoscenze digitali”, credo che tutto dipenda dalla prospettiva da cui si guarda.
      La digitalizzazione, in ogni settore della vita, è un fatto (piaccia o meno): separare “conoscenze” da “competenze” non mi pare più realistico, soprattutto in ambito ICT.
      Sempre che questo sia il senso del commento.

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