Vito è un bambino di 6 anni e vive in un paese di poche anime di una provincia del Sud Italia.
E’ il 1942. La fame morde lo stomaco. Suo padre, soldato semplice dell’esercito italiano, combatte sul fronte greco-albanese.

E’ un bambino vispo, dalla pelle olivastra, ama stare da solo, il viso sempre imbronciato, un caratteraccio.
Comincia la scuola, prima elementare. Il maestro ogni giorno percorre 12 chilometri in bicicletta dal capoluogo.
Vito è una scheggia in aritmetica: memoria ferrea, logica ed intuito di prim’ordine. Il maestro stravede per lui. Qualche difficoltà con la lingua italiana, ma Vito dimostra una straordinaria attitudine nell’eseguire calcoli complicati per la sua età. Sembra che riesca persino a guardarli, i numeri, mentre si materializzano davanti ai suoi occhi. Si illumina il viso e il risultato è sempre esatto.
Passa un anno. Seconda elementare. La musica cambia.
Il maestro viene trasferito ed arriva una maestra da un paese vicino. E decide che Vito non può solo studiare aritmetica ed essere un “ciuccio” in italiano e grammatica. Il viso di Vito non si illumina più e poco alla volta, giorno dopo giorno, si convince che la maestra ha ragione. Lo studio non gli interessa più e comincia a marinare la scuola (che non è ancora dell’obbligo). Gioca per strada con gli amici, bighellona.
Suo padre, tornato dalla guerra poiché ferito al fronte, lo manda a fare il pastore, dal “potente“, dal padrone insomma. Vito prova il lavoro vero, durissimo, dorme perfino fuori, nella stalla. Ma soffre e, di sera, torna di nascosto verso casa ad osservare suo padre e sua madre.
E decide che quella vita non la vuole fare.
Fa di tutto: muratore, imbianchino.
A 21 anni la svolta. E’ il 1957. “Parto per la Sardegna“, scrive su una cartolina vidimata dall’ufficio postale di Civitavecchia.
Vito si è arruolato nell’Arma dei Carabinieri.

Anno 1978.
Vito è un uomo di 42 anni ed ha un figlio di 6.
Ha girato l’Italia: Iglesias, Roma, Piombino, Livorno, Bolzano, Tarvisio, Anzi (PZ). Ed è tornato a casa, nel paese da cui era partito.
Suo figlio è un testadura che non ama l’asilo. Ha deciso che vuole andare a scuola e sostiene l’esame per essere ammesso in seconda elementare come anticipatario.
In commissione di nuovo lei. La maestra elementare che con i suoi metodi aveva interrotto la carriera scolastica di Vito. Si guardano. Sono passati 36 anni, ma Vito il carabiniere non si scompone.
Suo figlio, il giorno dell’esame deve fare il dettato. E, al momento di scrivere il nome del paese, gli viene un dubbio: “Scrivo Anzi o il paese dove sono? Si, ok, sono qui ora, ha senso…ma se sbaglio? In fondo, fino a ieri ero ad Anzi. Ma no, che stupido…devo mettere la data è chiaro che devo scrivere Cap….no, meglio se vado a chiedere. In fondo che faccio di male?”
Il figlio di Vito si alza e va a chiedere alle due maestre.
Una delle due (indovinate quale?) col gomito richiama l’attenzione dell’altra e le fa <<…non capisce niente…>>.
Invece la collega risponde: <<Eh no! E’ un bimbo di 6 anni ed è arrivato ieri! Anzi, è stato riflessivo!>>.
Il figlio di Vito viene ammesso in seconda elementare.
Il primo giorno di scuola, Vito non è in servizio e lo accompagna. Bisogna scegliere la sezione: A o B?
La maestra, con un fare bonario che poco le sia addice, si avvicina e chiede: <<Piccolo, allora vuoi stare nella mia classe?>>.
Vito non aspettava altro! Guarda la maestra e le fa: <<Mio figlio no. Piuttosto lo porto in un altro paese a frequentare la scuola!>>.
Sezione B, dunque.
A Vito devo tutto.
La mia stessa esistenza, ciò che sono, come sono.

Un padre. Un figlio. Una storia di scuola italiana: refrattaria, miope, elefantiaca o, più semplicemente quanto drammaticamente, come dice un Dirigente che ho avuto l’onore di conoscere, <<irriformabile perchè ormai cadavere>>?
Ai posteri l’ardua sentenza…
Mimmo Aprile