Ho sempre saputo che da grande avrei fatto l’insegnante. Lo diceva anche la mia maestra elementare, Suor Maria. Eravamo 40 e se dovessi immaginarmi alunna in una classe mi immaginerei lì, in quell’aula linda, pulita, spaziosa e luminosa. Il mio primo racconto breve a 7 anni, anche illustrato, sui vampiri: con le letture casalinghe di Poe bilanciavo inconsapevolmente le vite dei santi martiri lette a scuola. Ma non fu tanto la scoperta della scrittura e dell’illustrazione che mi avviò alla decisione di diventare insegnante: era piuttosto la voglia di leggerli a qualcuno, quei racconti, e di dividere con un pubblico tutto quello che di bello c’era da leggere. Si, perché non solo avevo deciso di fare l’insegnante, ma sapevo già che sarei stata “insegnante di Lettere”.
Non tutti sono ugualmente fortunati da possedere le idee chiare sul proprio futuro, mi dicevo. E con questa convinzione, intrapresi e superati gli studi necessari, sono arrivata in classe.
Sulle prime non ci ha creduto nessuno che io fossi la prof: in quegli anni andava molto un modello inglese con tailleur e scarpe basse. Per sedare ogni tentativo di insubordinazione e rendermi riconoscibile nelle sale docenti sfoggiavo una costosissima cartella firmata. Ne ho avute diverse: una era una 24ore nera di forma quasi quadrata e profonda. La riempivo di libri, la buttavo sulla cattedra, la aprivo e, preso e presentato un testo, iniziavo a fare lezione. Cavolo! Avevo l’ipad e non lo sapevo. Gestivo anche il prestito della mia biblioteca personale, che, per il fatto stesso di essere della prof, era molto più ambita della biblioteca comunale. Su quei libri c’erano le dediche e i miei appunti.
Non posso dire di essere stata mai una prof convenzionale, ma non sono mai stata un’alunna convenzionale e una volta presa la direzione contro la corrente, difficile che si riesca a remare in altre direzioni.
Vero è che la scuola è ripetitiva, ma ogni anno scolastico lascia i suoi ricordi.
Il 2015 lo ricorderò perché è l’anno in cui, durante le attività di robotica educativa, ho conosciuto Alice e il Bianconiglio.

Eccola Arianna. Ha dovuto superare le diffidenze dei compagni, per i quali le macchine sono “cose da maschi”. Ha guidato il team dall’inizio alla fine, ha insegnato a tutti noi la “religione del gruppo”, ha picchiato anche con la sua dolcezza.

Ecco il Bianconiglio, Giovanni. Ha perseguitato tutti scandendo il tempo: tappe, pause, rallentamenti, non gli è sfuggito nulla. Perché lui ha la visione di insieme e tiene tutti svegli con un collante infallibile: la sua risata.

Non si può non rimanere stupiti della profondità delle brevi frasi di Marco. Ha cercato la musica per la performance, ingolfando la memoria di tutti i nostri cellulari. Ha spostato luci e montato pannelli verdi per il chroma key.

Maria è stata affidabile. Tiene a memoria tutto. Conosce i tempi di lavoro, segue le indicazioni, e ogni tanto lascia spazio ai sogni.

Credo che Cristian non sia umano. Una prova è nelle barzellette marziane che ci ha raccontato per tutto il viaggio. L’altra è nella tenuta scolastica: altissima. Supera qualunque ostacolo: dalle 25 pagine di Storia ai 44 problemi di Matematica. E ha comprato un libro di 700 pagine che sta leggendo con matita e righello.

Giorgio e il suo robot, costruito e progettato insieme con Federico. Ho temuto che il robot sibilasse ad un certo punto, stanco delle manie dei suoi inventori…

Stefania, Giorgia, Antonella: hanno inventato la coreografia del balletto e non hanno fatto una piega quando hanno dovuto ridurre quella coreografia su due anzichè su tre a cinque minuti dall’ultima gara. Impeccabili.

Fedele sa cosa farà da grande: studierà Ingegneria dell’auto veicolo. Ha martirizzato pc e robot per mesi: è uno che non molla, tutto deve andare come dice lui.

Eccoli. Simone con l’inconfondibile e preziosissima barba, Federico, sornione ma una roccia, Cristian, Arianna, Giorgio, increduli nella palestra dell’Istituto “Leonardo Da Vinci” di Roma dove partecipavano alla Romecup2015.
E mentre loro costruiscono, programmano, scrivono e cancellano, riscrivono e cancellano, io ho scoperto la meraviglia di guardare i robot andare per conto loro, proprio come i ragazzi che li stavano progettando. Loro sognano, si azzuffano, ridono di parole improbabili, si esprimono continuamente con gli occhi e tutti i muscoli facciali.
E l’insegnante subisce una sorta di contagio: tanti sogni, tanti progetti, uno per ogni alunno moltiplicato per tanti anni…finisce che non ti ricordi più di quando hai deciso di fare l’insegnante, ma cominci a capire perché. E soprattutto che non è la méta che conta, ma il viaggio.
Quindi io per adesso faccio l’insegnante, ma non so ancora cosa farò da grande…mi piacerebbe viaggiare…chissà…