Il post di oggi è liberamente ispirato all’ultimo “libro sul comodino”. E’ di Stefano Moriggi, intervistato lunedì scorso. Penso che i filosofi siano un pericolo, pericolosissimi i filosofi della Scienza, ti fanno venir voglia di leggere i loro libri, e credo che nei mesi prossimi spenderò tanto perché nei libri dei filosofi ci sono anche le citazioni e quindi bisogna andare a leggere l’originale. Certo che per un docente la lettura è fondamentale, come autoaggiornamento e come sano intrattenimento e svago di fronte alle amarezze della vita professionale…per fortuna potrò utilizzare la card di 500 € prevista nel DDL 2994, non è un aumento di stipendio, ma desideravo che qualcuno pensasse alle mie spese culturali dal primo giorno di lavoro…

SE IN CLASSE ENTRA LA STAMPANTE 3D
Se in classe entra una stampante 3D, è ragionevole che il docente sposti la cattedra in un angolo per lasciare spazio alla macchina.

Parte la stampa e tutti la guardano in silenzio, chiedendosi probabilmente come mai non faccia rumore.
Di fronte ad una stampante 3D non si sa esattamente cosa guardare, poi l’occhio si concentra su qualcosa che sta per nascere, e nasce, e continua a crescere davanti ai nostri occhi.
E mentre la macchina lavora, comincia la lezione.
Certo, qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo esagerato con il potenziamento del setting didattico…passi per la LIM, il tablet, cambiate pure le sedie e i banchi, ma una stampante 3D in classe…. per farne cosa?
Ricordo ancora quando, all’inizio dell’anno scolastico, in una classe in cui insegnavo Geografia, tirai fuori dalla borsa una bussola, srotolai sulla cattedra una tavoletta IGM del territorio (1:25.000) e invitai gli studenti ad avvicinarsi per giocare agli esploratori. Nessuno di loro aveva mai visto una bussola e, sebbene tutti sapessero che esiste un nord, un sud, un est e un ovest, consigliai loro vivamente di non tentare esperienze di esplorazione senza essere certi di poter essere recuperati.
Ricordo ancora di aver distribuito cioccolatini durante un laboratorio di scrittura perché i ragazzi potessero raccontare l’esperienza. Avevo letto l’esercizio da qualche parte e mi era piaciuto moltissimo….
Ricordo anche di aver fatto costruire e dipingere soldatini dei Galli e dei Romani, armi e macchine da guerra per studiare la battaglia di Alesia. Certo, se avessi avuto una stampante 3D, i soldatini, le armi e le catapulte sarebbero stati “autocostruiti”.

Dove la macchine e le persone si mettono insieme, idee e nuovi approcci alla conoscenza si generano e tutto entra in relazione. Così, una stampante 3D in classe credo sia il modo migliore per promuovere la cultura non solo del digitale, dell’informatica, delle tecnologie, ma la cultura del pensare. Intorno alla macchina si possono coalizzare le forze creative dei ragazzi: proporre, progettare, montare e smontare idee, verificare la fattibilità di un programma, entrare in conflitto, costruire, azzerare, ricominciare.

Il gruppo classe può ricostruirsi come un sistema di apprendimento all’interno del quale avvengono scambi orizzontali di competenze. Ognuno potrebbe avere un ruolo e mettersi alla prova, ma soprattutto ognuno sarebbe libero di creare.
Portare una stampante 3D in classe non significa sostituire ex abrupto conoscenze e contenuti desueti con contenuti nuovi, ma rendere più efficace la trasmissione dei “saperi”, considerando la scuola un luogo più vicino alla realtà quotidiana degli alunni, abituati, quali nativi digitali, ad essere circondati e ad utilizzare strumenti di comunicazione attraenti. A noi sembrano perennemente “connessi” e quindi “assenti”, ma se siamo capaci di andare oltre le apparenze, potremo capire che non è così e potremo cominciare a guardare alle tecnologie come ad una straordinaria opportunità.
A questo punto, lascio parlare Stefano Moriggi, che ci ha regalato con questa pubblicazione una preziosa eredità di riflessioni:
Oggi, invece, le tecnologie digitali offrono l’opportunità – se sostenute da adeguate politiche di welfare dell’apprendimento (diritti di cittadinanza digitale, accesso universale ecc.) – di estendere all’intero sistema formativo dei Paesi sviluppati (dalla scuola primaria all’università) un approccio più fattivo e collaborativo almeno per tre ragioni:
1) Le tecnologie digitali “naturalmente” inducono a un metodo interattivo e condiviso nell’accostarsi alla conoscenza;
2) Gli alunni e gli studenti praticano sempre più spontaneamente fuori da scuola questo tipo di comportamenti attraverso social-network e strumenti di comunicazione istantanea cui accedono attraverso notebook, consolle per video giochi, smartphone;
3) I costi della infrastrutturazione tecnologica nell’ultimo decennio sono calati sensibilmente.
L’insieme di questi fattori agevola un concreto e netto cambiamento del setting didattico, oltre che nella stessa progettazione dello spazio scolastico (Stefano Moriggi, Connessi. Beati quelli che sapranno pensare con le macchine, San Paolo 2014, pp.53-54)
Paola Lisimberti
