<<Non mi è mai piaciuta molto la scuola del “i miei studenti” e “i tuoi studenti” e la tecnologia ci aiuta molto a superare le barriere. E si può “fare scuola” ovunque, anche nel virtuale delle chat oltre che nel reale delle aule.>> (Paola Lisimberti nel suo post su coderschool del 25 gennaio 2016).
L’affermazione è talmente reale e concreta che voglio partire da qui per raccontare (quello che non è) un dettaglio della giornata del #opendaylilla2016 di cui ho narrato nel post del 24 gennaio scorso.
Domenica ho avuto il piacere di (ri)vedere dei ragazzi che ho avuto come studenti due anni fa.
Son venuti a scuola, ad Oria da Ostuni, domenica mattina a rendermi ancor più felice. Si chiamano Giorgio, Arianna, Federico.
Arianna e Vito si son conosciuti alla Maker Faire Rome 2015. Frequentano il V anno del Liceo Scientifico. Ma di due scuole diverse.

Domenica sera, Arianna e Vito aprono una chat su messenger con il sottoscritto.
Inizia così: <<…urge chat>>.
E giù un po’ di sfottò al Prof. che sonnecchia e non è “social“.
Li lascio fare, di buon grado.
Ho chiesto loro di raccontarsi e raccontare la giornata di domenica. Le loro emozioni. La loro scuola. Anche perché la scuola sono loro! E i loro compagni.
So che lo faranno. Mi metto in attesa, osservo, li tengo un po’ sulle spine. Mi mandano le loro impressioni; li invito a scambiarsele.
Voglio capire, comprendere. Quali sono le emozioni e le attese di questi ragazzi?
Arianna è la mia “alunna alfa“, la prima con la quale ho avuto un contatto social. Non ha più la sfortuna di avermi come prof, ma guai a dirle che è una “ex” alunna.
Vito è un diesel. Non lo apprezzi subito, ma vien fuori alla distanza. E ti sorprende con la qualità.
Cosa hanno provato domenica due studenti al termine del proprio percorso di studi, durante un open day, ovvero un evento atto a mostrare le attività della scuola a ragazzi che saranno in quelle aule quando loro saranno in Università?
Cosa ha spinto Arianna (e Giorgio e Federico) ad andare a trovare un prof in una domenica mattina scolastica?
Lo faccio raccontare a loro. Nella sequenza che hanno scelto, liberamente.
Vito
<<Siamo speciali noi esseri umani: ci distinguiamo per molte cose da tutto ciò che è “vivo”, riusciamo a captare sensazioni, emozioni, brividi, a volte anche colori, profumi, rumori.
Ci vien data la possibilità di poter pensare, ragionare, ricordare, accumulare esperienze da cui trarre memoria e, a patto che il nostro sistema nervoso non sia alterato da amnesie progressive, riusciamo a mantenere ricordi d’infanzia fino alla vecchiaia.
Crescendo prendiamo delle scelte in funzione dei nostri ricordi, evitiamo reiterazione di errori. Crescendo “debugghiamo” il nostro cervello con librerie scritte dalla nostra esperienza, ragioniamo attorno ad esse, valutiamo opportunità, possibili interferenze; in itinere marchiamo in rosso gli errori.
Crescendo camminiamo spediti verso la soluzione.
Ma quando siamo giovani?
Quando, privi di esperienze significative, dobbiamo scegliere che strada prendere? Quando la responsabilità della nostra vita si schianta sulle nostre mani? Da dove recuperiamo ricordi? Quali errori dobbiamo evitare? Come si fa a non sbagliare?
Leggo nei vostri occhi le mie stesse sensazioni, quelle da “terza media”, quando devi fare il tuo primo esame, quando devi affrontare la tua vita di petto, devi assumere le tue responsabilità, cominciare a diventar grande. Sembrava facile da lontano questa vita.
Frequento il quinto anno caro “collega” e anche io devo fare delle scelte, anche io avrò una commissione davanti a fine anno, anche io partecipo agli “open-day”, anche io simulo lezioni in aule del tutto nuove.
Riconosciamolo, siamo nella stessa situazione, i dettagli contano poco.
Sono e sono stato come te e ricordo benissimo quando per la prima volta ho calpestato queste mattonelle, respirato profumo di aria nuova, di scommessa, forse di traumi. Quando ho incrociato gli occhi di chi mi avrebbe educato, istruito, sostenuto.
Guardavo la campanella, cercavo di imaginare come sarebbe risuonata in quei corridoi, calpestavo i gradini, strisciavo le mani lungo le pareti, mi incuriosiva scorgere tra le vetrine di quei laboratori quale fosse l’utilità di quegli strumenti, le capacità da dover acquisire per saperli utilizzare.
Avevo mille domande dentro di me, ma ero troppo piccolo per saperle porre nel modo corretto. Eppure sentivo che era la cosa giusta, che il fascino di quegli ambienti mi prendeva davvero, che cambiare città, trovare gente nuova era una delle mie aspirazioni, uno dei modi per crescere meglio.
Sentivo di essere adatto, di potercela fare, era il resto a darmi insicurezza. «Stai attento!» – mi dicevano – «perché andare in un altro paese? Non si parla bene di quella scuola.» Altri invece «ottima scelta!» «bravo! Impegnati, son sicuro che ce la farai!» La bilancia oscillava, l’equilibrio perfetto spesso mi assillava, quelli che chiamavo amici non mi seguivano, dovevo ricostruire tutto, ripartire da zero, lottare ancora per incrociare un volto di cui fidarmi; sembravo forte, ma picchiavo duro con la paura.
Cominciai l’anno con le stesse sensazioni elevate all’ennesima.
Sentivo di aver sbagliato, neanche la sicurezza momentanea mi appoggiava. Volevo tornare indietro, fuggire, provare un’altra strada, era troppo difficile per me. A pensarci, oggi, un filo di nostalgia sale su per la gola. Ad ogni memoria di quel giorno, corrisponde un complementare di cinque anni, non sarò mai esperto di questi angoli, certo saprò benissimo come oscillano le onde sonore di questa campanella, di che colore sono fatti gli atomi di queste mura, forse non conoscerò bene tutte le attrezzature, ma probabilmente saprei utilizzarle.
Scelsi, magari sbagliai.
Ricommetteri errori simili ogni giorno se mi fosse possibile. Tornerei indietro, ma ricomincerei dallo stesso giorno, dallo stesso “giorno d’apertura”. Sceglierei la strada più tortuosa, quella maggiormente interrotta da ostacoli, solo per vincere, sapere che quegli errori hanno formato la mia “ libreria”, vivere le esperienze più belle, quelle che ti fanno sentir volare lepidotteri nello stomaco.
Abbi paura, amico mio, è bene che sia così, sono esperienze che nascono, sono i tuoi ricordi del futuro, goditeli, conservali nella teca più preziosa della tua esistenza. Arriverà il momento di andar via, ragazzi più piccoli di te di cinque anni ti guarderanno negli occhi e cercheranno risposte alle stesse domande che anche tu, ora, ti stai facendo. Abbi cura di loro, abbi pazienza, sii chiaro, non stai vendendo pentole, hai un pezzo del loro futuro nelle tue mani. Abbi cura della mia scuola, un giorno ricorderai anche tu, sentirai nostalgia, anche tu la chiamerai “mia scuola.”>>
Come lo vogliamo definire? Un lascito intellettuale? Quasi d’altri tempi. Fatto da uno studente che realizza prototipi con Arduino e compra uno smartphone non “per tutti”, di nicchia. Uno che puoi chiamare e confrontarti su come configurare il WiFi in casa.
E poi Arianna.
Arianna è quella dei “poemi notturni” che quando la sera si fa scura tira fuori il meglio per raccontare le emozioni. Arianna è quella dello “scazzo” e del “vado a picchiare” (pratica arti marziali), ma anche del “ho bisogno di un abbraccio“. Una che ti legge dentro. E ha aggiunto questo a ciò che ha scritto Vito.
<<È speciale. Quella inspiegabile capacitá di lasciar frammenti di storia nei luoghi in cui viviamo! È speciale. Quando impregnamo di noi tutto quello che ci circonda! Come se volessimo senza rendercene conto lasciare un segno. Diventiamo tutti piccoli Hansel e Gretel, mentre lasciamo che ci cada qualche briciola di noi nel nostro cammino per esser sicuri di poter ritrovare sempre la strada del ritorno. E cosí ci leghiamo a luoghi, oggetti, canzoni, avvenimenti facendo diventare casa qualsiasi cosa.
Anche una scuola, luogo caduto ormai nell’abisso dell’abitudine. Descritta con l’utilizzo di solite parole, di soliti stereotipi, di solite argomentazioni. Eppure, li dentro viviamo i nostri anni piu belli, e quelle mura nascondono la parte di noi più bella, spensierata, folle, assolutamente vera e pura.
Chiedetemi di raccontarmi, io vi condurrò dinnanzi al mio banco, nella mia classe, difronte a quella lavagna protagonista dei miei 10 e dei miei 2, in un corridoio che ha visto ogni mattina una nuova me, in un bagno complice delle mie lacrime o delle mie risate nascoste, su delle scale che conservano i pensieri più profondi, mentre lentamente ogni mattina accompagnavano i miei passi addormentati, impauriti per un compito imminente o scattanti e leggeri. Attraverserò con voi la porta che mi ha vista crescere, giorno su giorno, compleanno su compleanno!
Ecco cos’è la scuola. Ecco il motivo di quelle paure più profonde, di chi si ritrova dinnanzi all’ostacolo del dover cambiar scuola e ricominciare a raccontarsi o di chi sta per salutare quei luoghi con l’emozione, il tremore nelle gambe e la voce spezzata di un esame orale di maturitá!
Che sia in terza media o in quinto superiore, l’esame piu importante lo viviamo affrontando l’incertezza del domani, la difficoltá di dover lasciare un nido, volar via e costruire una nuova casa in luoghi nuovi, e soprattutto il coraggio di raccontarci da capo, di ricominciare a scoprirci e viverci.
L’esame più importante saremo sempre noi stessi>>.
Ma perché Arianna (con Giorgio e Federico) erano li?
<<Per qualche strana sensazione sapevo che oggi sarebbe stato un giorno importante! Motivo per cui non volevo e potevo mancare! Sono quelle necessitá che avverti senza rendertene conto, un abbraccio, uno sguardo, risate, ricordi, semplici ma essenziali avvenimenti.
Open day al liceo scientifico Lilla di Oria, cosa ci a fare una maturanda del Liceo Scientifico di Ostuni? Una ragazza che dovrebbe fare orientamento in universitá, non tornare indietro. Una ragazza che deve pensare solo agli esami di maturitá in 5 liceo. Ci va per staccare, ci va per prendere una boccata di aria pulita, ci va perchè sa che lí troverá il docente che due anni fa gli ha aperto la gabbia e gli ha insegnato a volare, ci va per recuperare un po di forza nelle ali perchè tra Pascoli, Hegel e derivate non riesce a trovarne.
Ci sono andata e sono stata bene. In mura che non mi appartenevano mi son sentita a casa, circondata da coderdojo, droni, arduino…innovazione. Ci sono andata e ho visto negli occhi di quei ragazzi, andati li per scrutare il mondo che gli attende, quello che cercavo. Piu di qualsiasi orientamento fatto di brochures informative! Gli occhi che sognano hanno una luce particolare, e quando la vita ti pona dinnanzi a scelte, quella luce ti salva. Oggi quella luce c’era, è bastato un open day, un prof pazzo che crede nel futuro e ragazzi che hanno voglia di raccontare la loro storia, il resto è tutto merito di novitá, innovazione e cambiamento.>>
Ora, sarò anche un prof che si emoziona troppo facilmente.
Ma io queste emozioni sentivo di doverle esprimere.
Per loro.
Per Vito, per Arianna, per i “miei” studenti.
No, scusate. Non “miei”. Il possesso non ha senso.
Buon volo, ragazzi!

