300 minuti in auto con Stefano Moriggi

Stefano Moriggi

Storico e filosofo della scienza, si occupa di teorie e modelli della razionalità con particolare attenzione al pragmatismo americano e alla filosofia della tecnologia. Già docente nelle Università di Brescia, Parma, Milano, e presso la European School of Molecular Medicine (SEMM), è membro dell’International School for the Promotion of Science, del Centro de Estudos do Pragmatismo dell’Università di San Paolo (Brasile) e consulente scientifico del Piccolo Teatro di Milano. Autore di “Perchè la tecnologia ci rende umani. La carne nelle sue riscritture sintetiche e digitali” (Sironi, 2009), “School Rocks! La scuola rompe spacca” (con Antonio Incorvaia, San Paolo Edizioni, 2011), “Connessi. Beati quelli che sapranno pensare con le macchine” (San Paolo Edizioni, 2014).

In un caldo giorno di maggio….

Lasciata la Puglia, ci accolgono le distese di terra della Basilicata. Le ginestre accarezzano le strade e i chilometri scorrono veloci.

"Per andare dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare?"
“Per andare dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare?”

Orientarsi è difficile. E con un filosofo della Scienza in auto e senza navigatore direi quasi impossibile. Ma non sono le indicazioni stradali a confondermi: sono gli interrogativi, le ansie, la necessità di condividere pensieri positivi in questi tempi di passione per chi, come me, lavora nella scuola.
Da quando le macchine sono entrate nella scuola, anche il prof. Moriggi si occupa di scuola. Decido di impegnare il tempo con un’intervista.
D: Chi sono i tecnofobici e cosa è la tecnofobia
R: La tecnofobia è un atteggiamento di diffidenza in alcuni e di terrore in altri, nutrito soprattutto nei confronti delle “nuove” tecnologie e della loro incontrollabile pervasività. A mio parere, ancor più che l’atteggiamento sono interessanti le cause che lo innescano. E tra queste non va trascurata l’illusione generata per lo più da un sinistro intreccio di ingenuità e ignoranza secondo cui le macchine (quelle di oggi, come del resto quelle di ieri) possano essere semplicemente considerate alla guisa di utensili da maneggiare con “buon senso”… In molti, infatti, le percepiscono come protesi del nostro corpo che rischiano di produrre dipendenze e (dunque) alienazione, specie nei più giovani. E di conseguenza queste Cassandre 2.0 si convincono che la loro battaglia contro l’avanzata delle macchine sia la giusta crociata da combattere in difesa di una qualche presunta “naturalità” dell’essere umano.
Come andrebbe, dunque, interpretata l’interazione uomo-macchina?
Il rapporto con la tecnologia va inteso in un senso molto più profondo e radicale. L’interazione con lo strumento tecnologico va colta ben oltre la dimensione meramente utilitaristica – ovvero quella per cui ci si avvale, poniamo, di una calcolatrice per fare meglio e più velocemente i conti. L’essere umano, mediando il suo rapporto col mondo e con i suoi simili attraverso strumenti nel tempo più sofisticati, ha sempre e di nuovo riscritto e ridefinito il suo modo di abitare – e dunque di comprendere – il mondo e i contesti che lo hanno visto protagonista.
Lo aveva già capito Platone, analizzando appunto la scrittura alfabetica come una potentissima tecnologia.
Riflettere sull’evoluzione delle macchine significa, pertanto, comprendere che è proprio nelle pieghe delle complesse interazioni tra noi e loro che possiamo cercare di ricostruire le radici profonde di quell’animale culturale che è l’uomo. Il tecnofobo di cui si parlava poco fa – affidandosi solo al “buon senso” (che, come noto, in filosofia serve a ben poco…) – non riesce a capacitarsi di ciò che, già molti anni fa in un suo libro (Brainframes, trad. it a cura di B. Bassi, Brainframes: mente, tecnologia, mercato, Bologna, Baskerville, 1993), l’amico Derrick de Kerckhove riassumeva in una sola ma efficace battuta. Ovvero: “noi siamo la costante reinvenzione delle nostre stesse invenzioni”…

Derrick de Kerckhove
Derrick de Kerckhove

A me piace dire, che noi non agiamo e non pensiamo indipendentemente dalle macchine attraverso cui ci apriamo al mondo. Quando questa evidenza, già chiara a Platone, ribadita dalla biologia evoluzionistica e suffragata dalle neuroscienze, comincerà a fare capolino – ma su questo non sarei molto ottimista – anche nella mente di quei vetero-umanisti che, evidentemente, trovano il loro ubi consistam nella patetica difesa di un feticcio di umanità, forse allora sarà possibile, anche in Italia, un confronto più aperto e consapevole su quelle che sono le effettive criticità e le concrete opportunità di una realtà aumentata alle tecnologie. E che, di solito, hanno poco a che vedere con i fantasmi di cui parlano di questi signori…

L'unico libro con una prefazione rap
L’unico libro con una prefazione rap

 

D: In “School Rocks!” sostieni che l’algebra e il metodo scientifico potrebbero aiutare gli studenti a compiere scelte esistenziali.
R: È vero. In quel caso specifico mi riferivo all’“algebra morale” di cui parlava Benjamin Franklin, ovvero a quel tipo di “calcolo” che il genio di Boston suggerì al nipote per venir meglio a capo dei suoi tormenti amorosi. Più in generale, però, si può sostenere che la matematica, la logica o addirittura il metodo scientifico costituiscono una dura ma efficace palestra per imparare a scegliere e a decidere meglio. O per lo meno, con più consapevolezza di sé e delle proprie fragilità… cognitive, psicologiche e, perché no, anche morali… E aumentare il proprio grado di consapevolezza critica è il miglior modo per essere e percepirsi liberi… A cominciare, proprio, dalla “libertà terribile” – per dirla con Lutero – di farsi carico delle proprie scelte e delle loro conseguenze. Come scriveva Sartre in uno splendido passo de “L’Essere e nulla” che mi rimase impresso fin dalla prima volta che lo lessi da studente: “La mia libertà è l’unico fondamento dei valori, e niente, assolutamente niente, mi giustifica se adotto questo o quell’altro valore”. E poi aggiungeva: “In quanto essere per mezzo del quale i valori esistono, io sono ingiustificabile. E la mia libertà si angoscia di essere il fondamento senza fondamento dei valori”…
In questa direzione, come dicevo, l’approccio scientifico contribuisce a metterci di fronte alla nostra irrimediabile fallibilità e ci insegna a pesare più razionalmente rischi e opportunità di ogni scelta, dalla più insignificante a quelle che invece riteniamo decisive. Pascal, per esempio, ci invitava a scommettere persino su Dio, proprio perché – e il matematico Blaise lo sapeva bene – ogni scelta può essere intesa come una scommessa. Ma il problema è che pensare razionalmente non è una condotta innata all’essere umano. È invece qualcosa che si può imparare, ma solo esercitandosi. E non certo limitandosi a leggere su un libro o su un manuale le “istruzioni della ragione”… Un approccio esclusivamente libresco di questo tipo, dopotutto, non funziona nemmeno con le ricette da cucina…

Registratore di cassa in una caffetteria di Rionero. La storia ci parla…

I briganti erano teste pensanti, per questo gliele tagliavano
I briganti erano teste pensanti, per questo gliele tagliavano

D: Il cambiamento, in Italia, è quasi sempre sinonimo di peggioramento. Questo paese ha più bisogno di un “cambiamento continuo” o di un vero e proprio “salto quantico”?
R: Rifugiarsi nel passato certamente è uno sport molto italiano, forse perché l’Italia ha una grande storia. Ma a ben vedere non è solo italiano. Si tratta, infatti, di una tendenza sia culturale che psicologica che di solito sfiora il patologico quando ci si trova di fronte cambiamenti veri.
Ma cos’è un cambiamento vero? È una discontinuità che ci coglie impreparati, che ci spiazza nel profondo. Di fronte a un cambiamento radicale non siamo mai pronti. D’altronde, se lo fossimo, allora non sarebbe radicale. Al suo cospetto ci sentiamo inadeguati. È un’autentica situazione di crisi, una rottura che ci mette in discussione e che esige la comprensione del nuovo orizzonte che si sta aprendo, proprio quando la tentazione sarebbe quella di trovare rifugio in una qualche Età dell’Oro che, tra l’altro, non c’è mai stata.
Noi stiamo vivendo un grande cambiamento, quello innescato dalla diffusione delle tecnologie. Le macchine – lo si accennava anche prima – hanno già prodotto molte “crisi” nella storia e, per quanto sia in qualche senso fisiologica la polarizzazione dell’opinione pubblica tra “apocalittici” e integrati”, i più illuminati si sono sempre rivelati quelli che, nelle pieghe della scienza e della tecnica, hanno cercato di concepire strumenti e rimedi (concreti e concettuali) per comprendere e gestire le nuove sfide di un’epoca.
Ma per far questo, più che dei valori di un passato “sicuro”, c’è bisogno del pensiero di un presente “incerto”. Ovvero di un pensiero che metta in discussione le premesse che spiegavano e legittimavano ciò che è stato – premesse che, come spesso capita, non riescono più a inquadrare l’oggi e tantomeno a intuire un domani plausibile. In questo senso, per dirla di nuovo con Sartre, occorre “essere ingiustificabili”. Giorno dopo giorno, continuamente… perché il pensiero ci condanna senza tregua al peso della libertà. L’alternativa è appunto la fuga. E il passato è un comodo ma rischioso “porto quiete”.

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Il tramonto ci ha raggiunto. È il momento delle confessioni profonde. Ma la domanda su come Stefano Moriggi sognava la scuola e come la sogna genera una risposta tanto spiazzante quanto emozionante.

R: Che scuola sognavo e che scuola sogno adesso…
A scuola non sono stato, specie alle superiori, uno studente modello. Qualche professore mi giudicava irriverente, qualcun altro distratto. La mia professoressa di filosofia – ironia della storia – mi riteneva (sic!) più adatto a una scuola professionale piuttosto che a un liceo. Di mio, ho sempre voluto concedermi il lusso di leggere e studiare quel che mi piaceva. Al punto che, come i fatti dimostrano, non ho tenuto in alcun conto il pre-giudizio di quei docenti che già allora mi sembravano più morti degli autori che incontravo sui libri.
Soprattutto trovavo profondamente noioso, per fare qualche esempio, ridurre lo studio del latino unicamente a uno sforzo di memoria per imparare regole ed eccezioni; la matematica e la fisica all’esecuzione onanistica di esercizi lontani dai temi e dai problemi incarnati dalle formule e dai teoremi. E la filosofia a una sterile carrellata delle vite, delle morti e delle opere degli autori. Senza mai provare a trasformare Aristotele, Spinoza, Hegel o Nietzsche in effettivi strumenti per pensare.
La bocciatura in prima liceo non è bastata per “normalizzarmi”. E, per fortuna, il grigiore di certe lezioni non è riuscito a smorzare la mia passione per la fisica, per la filosofia (materie che ho portato anche all’esame di maturità) e per il latino.
Non vedevo l’ora che quel liceo finisse, sperando che all’università le cose sarebbero cambiate. E così è stato.
Resta un fatto però… La scuola che sognavo da ragazzo, al di là delle mie passioni personali, era una scuola che mi facesse toccar con mano l’importanza di quello che studiavo.
“School Rocks!” in qualche senso è stata una “vendetta costruttiva” a posteriori contro quella scuola che ha rischiato di mandarmi in odio tutto quanto.
I concetti più astrusi e gli autori più noiosi possono trasformarsi negli alleati più fedeli ed efficaci per risolvere un problema pratico o esistenziale di uno studente, dentro e fuori la scuola.
Perché o la cultura è questo o non è.
O le discipline riescono a dare strumenti per ricomprendere costantemente il proprio percorso personale e professionale e il mondo che ci circonda, oppure sono solo contenuti per riempire dei vasi.
Ma gli studenti non sono vasi da riempire di nozioni, valori e prediche. Sono cittadini da formare. Sono individui che chiedono di essere aiutati nel conquistarsi la loro “ingiustificabile libertà” di pensiero e di giudizio.
La scuola che sogno oggi è ancora quella che sognavo da ragazzo. Gli studenti, come dicevo, hanno sete di strumenti per capire se stessi e il mondo. E la scuola glieli deve dare. In particolare modo oggi, anche introducendo in maniera sensata, significativa e sostenibile le tecnologie in un contesto deputato alla didattica.

 

Stefano Moriggi incontra gli studenti della 4bu del Liceo statale "Manzoni" di Latina
Stefano Moriggi incontra gli studenti della 4bu del Liceo statale “Manzoni” di Latina

Cominciata ingenuamente con una domanda sulla tecnofobia, l’intervista naufraga sulle secche sabbiose della scuola che vorremmo. E dobbiamo constatare con amarezza che l’orologio della Storia viene rallentato…

La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco a poco, non procede nè recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell’orario (Eugenio Montale, La storia, da Satura I)

SOGNI DI SCUOLA IN AUTO TRA GINESTRE, BRIGANTI E TRAMONTI

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