Se la scuola insegnasse a volare

Se la scuola insegnasse a volare…
Agli studenti, direte voi.
No. Non solo.
Se la scuola insegnasse a volare ai docenti, dico io.
Se la scuola insegnasse la bellezza del volo, la leggerezza dell’osservare…
Se a scuola si potesse respirare il senso del futuro, senza necessariamente contrapporre il vecchio al nuovo, ma guardando le cose da un punto di vista diverso, rompendo gli schemi, costruendo prospettive.
Napoli, 1834. Francesco De Sanctis frequentava la scuola del marchese Basilio Puoti e una sera lui e i suoi compagni ebbero la fortuna di ricevere la visita del conte Giacomo Leopardi. Ce lo racconta De Sanctis nella sua autobiografia. Di Leopardi dirà che “In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s’era concentrata nella dolcezza del suo sorriso” e Leopardi del giovane De Sanctis diciassettenne “Disse che io avevo molta disposizione alla critica” (Francesco de Sanctis, La Giovinezza, frammento autobiografico). Si erano “riconosciuti” in qualche modo, perché qualcuno (era pur la scuola, e privata, dell’Ottocento) aveva preparato l’incontro, offerto una opportunità.
Non è il destino che decide per noi, sono gli incontri a cambiarci la vita. Si chiama Orientamento e spesso questa parola è associata alla pratica dell’Open Day, l’apertura della scuola per la visita della struttura scolastica da parte dei nuovi potenziali iscritti. Gruppi di famiglie che invadono pacificamente la scuola di pomeriggio, di sabato e persino di domenica, anche tutto il giorno.

Se la scuola insegnasse a volare, ci sarebbero ruoli nuovi, materie nuove, orari nuovi. Si chiama Innovazione Didattica e spesso è associata al numero delle attrezzature e delle dotazioni tecnologiche che una scuola possiede.
Ma non è così. Si può fare scuola d’estate in un paese a vocazione turistica? Si.
Si chiama Innovation Summer Camp (Ostuni, 25 giugno-10 luglio 2014).
Hanno deciso tutto gli studenti: l’orario delle lezioni, dalle 16,00 alle 20,00; il luogo, un centro di cultura nel cuore storico della città; le materie: Robotica, ICT, Smart Architecture, Com&Media; la didattica: il docente facilitatore/tutor e l’alunno protagonista del proprio percorso di apprendimento.
http://liceopepe.wix.com/innovationsummercamp
Se la scuola insegnasse che ci sono opportunità da cogliere, che la vita è fatta di scelte e di rinunce, che bisogna mettersi in gioco, ognuno saprebbe individuare il proprio posto da cittadino o cittadina di questo paese, e magari potrebbe provare a “farsi venire un’idea” per cambiare il proprio futuro.
Si chiama #RestartItaly e ha dato la possibilità di praticare il volo a 11 studentesse più una prof: digitale, questione femminile, sud, idee per partire e ripartire mettendo in gioco quel potenziale inespresso per il quale bisogna creare le condizioni.
http://liceopepe.wix.com/restartitaly

Se a scuola si potesse creare, collaborare, risolvere i problemi, allora a scuola ci sarebbe una palestra, ma non la solita palestra.
Si chiama “Palestra dell’Innovazione”, promossa dalla Fondazione Mondo Digitale, è un luogo fisico e virtuale per la pratica dell’innovazione. E una rete nazionale di scuole è nata proprio grazie alla FMD.

Già, l’innovazione. Sembra che sia una parola pericolosa in questo paese. Soprattutto se si usa a scuola, peggio nella didattica. Lo scontro tra innovatori e conservatori va in scena ogni giorno. Sembra che a tutti importi tutto della scuola (edilizia, stipendi, valutazione del servizio, buroscuola, governo e ministro) tranne l’autonomia dell’insegnamento e il rispetto che è dovuto ad ogni insegnante che entri in classe a lavorare. Nella scuola il paradigma del “quello che è vecchio” e del “quello che è nuovo” non deve essere messo in discussione. Perché “quello che è vecchio” è buono per definizione, come la sana saggezza contadina, e “quello che è nuovo” non piace. A prescindere.

Se la scuola insegnasse a volare, avremmo l’orario continuato. E potrebbe essere aperta sempre, senza la chiusura delle “pause pranzo” perché previste da qualche contratto, mentre lo studente pendolare non ha diritto alla pausa pranzo semplicemente perché non ha un posto dove farla, ad eccezione delle panchine, del bar all’angolo, della rosticceria.

Sabato pomeriggio. Open day, scuola aperta, laboratori didattici, famiglie in visita.
Fedele e Simone lo sognavano da tempo. Piotare un drone. Era nella scatola. Un quadricottero, pare si dica così. Fedele è anche pilota di go-kart. Simone fa da secondo pilota. Hanno scaricato il software sullo smartphone. Hanno studiato insieme. Lo hanno messo in carica.
E nell’Auditorium del Liceo Scientifico “Pepe” il drone volò.

Ho invidiato quei ragazzi e ho pensato “se la scuola insegnasse a volare, sarebbe bellissima anche per me”

IL CODING A SCUOLA

Si sa che il 2014 è stato l’anno del” Coding”, ne hanno  parlato il presidente degli Stati Uniti  Obama  ,Il  sondaggio pubblico sulla “Buona scuola”, l ‘ evento internazionale “ L’ ora del  codice “,che ha visto la partecipazione contemporanea di migliaia di scuole in tutto il mondo, cimentarsi  in quella che resterà l’“iniziazione alla programmazione” , che, insieme alle competenze digitali, è una competenza richiesta alla generazione del 21^ secolo, che  è tra  quelle che l’Unione Europea indica, nel quadro delle competenze chiave, come fondamentali  per il corretto inserimento del cittadino europeo in un contesto attivo di partecipazione alla sfera sociale di appartenenza.

Quello che non si sa, e per questo ne scrivo , è che, già a cavallo dell’anno scolastico 20012/2013,nella mia scuola ,2^ Comprensivo di Francavilla  Fontana (BR), ed in particolare nella mia classe, venivano  effettuate  attività  sperimentali  di avviamento al coding ed al pensiero computazionale da parte di alcuni docenti che, già da tempo ,credendo fermamente  nell’ importanza dell’uso delle nuove tecnologie a supporto della didattica, avevano intuito la grande opportunità strategica offerta nell’l ‘inserire il coding ,trasversalmente alle normali attività didattiche. (altro…)

Ma che ci fanno i robot a scuola?

Circa 16 mesi fa (16 settembre 2013), un lunedì mattina, alla terza ora di lezione, entrai per la prima volta in una classe.
Oddio, detta così sembra che io abbia iniziato ad insegnare soltanto quel giorno. In realtà, ho qualche anno di insegnamento alle spalle.
Eppure, quel giorno ha segnato per sempre una “milestone” nella mia vita di docente e di uomo. Meglio, di persona. E, in un certo, senso, ho iniziato a vedere le cose in modo diverso. Solo che non lo sapevo, quel giorno.
La classe in cui entrai era la 3A Opzione Scienze Applicate del Liceo Scientifico “Ludovico Pepe” di Ostuni(BR).
Trovai più di 20 visi che mi fissavano.
<<Buongiorno ragazzi, mi chiamo Domenico Aprile, insegno Informatica, saremo insieme fino alla fine dell’anno scolastico.>>
C’erano due banchi vuoti.
Che si riempirono all’incirca alle 10:30: si aprì la porta e, mentre ero intento a scrivere algoritmi alla lavagna (il primo giorno di lezione! Della serie: come farsi odiare!), sospinti dalla collega Paola Lisimberti, entrarono due ragazzi.
Arianna aveva lo sguardo tra l’incuriosito e un fare da “ti sto studiando“.

Paola e Arianna
Arianna Moro con Paola Lisimberti

Si andò a sedere e continuò a fissarmi per tutta la lezione. Una gamba che, nervosamente, si muoveva.
Impossibile non notarla. Impossibile non capire che, con Arianna Moro, in quella classe occorreva farci i conti.
Perché dietro quell’aria da angelo biondo, si intuiva il carattere e il piglio da condottiera.
Ci abbiamo messo un paio di mesi a costruire un rapporto educativo. Che, tutto sommato, non è neanche assai, come quantità di tempo.
Un rapporto educativo che nemmeno la “buroscuola” e il mio “trasferimento coatto” in altra sede ha interrotto.
Arianna è cresciuta. Tanto.
Ora frequenta il IV anno del Liceo Scientifico.
Mercoledì 4 febbraio 2015 eravamo a scuola. Di pomeriggio. In quella scuola dove abbiamo costruito un sogno chiamato robotica educativa.
Un sogno che è diventato realtà grazie ad un progetto di Istituto voluto fortemente dalla Dirigente, Dott.ssa Annunziata Ferrara. Che sulla robotica educativa ha scommesso.
Ma non eravamo insegnante e alunni. Eravamo una squadra. Che sta preparando la RomeCup2015, una competizione organizzata dalla Fondazione Mondo Digitale.

ragazzi
Alcuni elementi de “La squadra” del Liceo Pepe: Fedele Semerano e Giorgio Veloce

Arianna non è brava solo a programmare.
E’ brava anche a scrivere.
Ed allora le ho chiesto: <<ti va di scrivere un articolo?>>.
<<Su che cosa, professò?>>. <<Su cosa vuoi. basta che scrivi!>>.
Ieri sera mi è arrivato quanto segue.
Ragazzi. Uomini e donne. Il cui futuro è oggi!

Domenico Aprile

 

Penso. Giorni fa qualcuno mi ha chiesto di raccontare e descrivere l’importanza della robotica nelle scuole. Ci ho pensato un po’ su ma non ho dato una risposta. Non volevo dar vita alle solite, “pallose”, risposte tecniche. Non è da me.
Dopo qualche ora nessuno ci pensava più, ma quella domanda priva di risposta mi lasciava inevitabilmente con una frase a metà.
Ho preferito darmi tempo, ed ho fatto bene. Oggi, la risposta l’ho vissuta, oggi quella risposta è diventata una storia ed io ho voglia di raccontare.

Sito web del progetto "ROBOTICSNESS"
Sito web del progetto “ROBOTICSNESS”

Mi siedo qui, in un angolo, e mi godo lo spettacolo, respiro aria pulita.

04/02/15, apre ufficialmente i battenti il progetto di robotica, primo giorno e 15 ragazzini di classe prima già seduti tra i banchi, incuriositi, felici, dubbiosi ed euforici.
Prime presentazioni, primi avvisi istituzionali e poi, si parte.
Inizia il discorso di presentazione e tutti seguono come se fosse una lezione importantissima e difficile, essenziale per la risoluzione di un compito in classe.
Ben presto scoprono che quel discorso ha tutt’altro fine. Un fine sconosciuto a tutti, soprattutto alle mura di quella classe.
I mattoni iniziano a cadere giù, sgretolando ogni parete ed ogni convinzione.
Si inizia a parlare di robotica e quella lingua mai sentita prima non disturba affatto l’orecchio, anzi.

circuito
Programma a blocchi EV3

Il passaggio tra parole e fatti è minimo. Si inizia, subito! Cosa tocca fare?? Costruire. E non basta dire altro per alimentare il fuoco e la curiosità di ogni ragazzo. Quei banchi diventano subito tavoli di lavoro e senza neanche rendersene conto ci si ritrova a far gioco di squadra.

“Tu leggi le istruzioni, tu mi passi i pezzi ed io assemblo.”

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Lego Mindstorm EV3

Chi corre per cercare pezzi mancanti, chi non vede l’ora di finire, chi inizia a cambiare il progetto ed a dar sfogo alla fantasia.
Iniziano a prender vita i robot.
Diversi, uno dall’altro, quasi a rappresentare le menti che li hanno generati, ognuno cerca di metterci qualcosa di personale.

Sorrisi e risate condiscono tutto, come nervoso e agitazione a causa di un pezzo messo al posto errato. Comunque sia, è quel “Finito” quasi urlato a segnare la fine, come fosse l’arrivo, il traguardo. E ti senti orgoglioso, inizi a guardare incuriosito le opere degli altri e fiero mostri la tua.

Oggi la risposta l’ho trovata. Negli occhi di quei ragazzi, nelle domande, nei discorsi, nel sorriso.

Cos’è la robotica a scuola? Crescita. Costruzione. Di un robot come di un futuro.

Forse, quel qualcuno ha già avuto una risposta, nell’istante in cui mi ha guardato negli occhi.
Forse quella risposta mancante non era una frase a metà ma la mia storia.

ARIANNA MORO.

Il registro elettronico e l’amplificazione della trasparenza

Non ho nostalgia del registro cartaceo: era ingombrante e quasi mai intonato al mio look. Il registro online è sempre con me, nella mia app scaricata sul mio smartphone. E posso consultarlo quando voglio. Per abitudine continuo ad entrare e uscire dalla sala docenti all’inizio e alla fine della giornata di lavoro, ma non ho niente da prendere o da riportare a posto.
Una cosa è chiara, tuttavia: il registro cartaceo era estremamente indipendente e sempre pronto. No password, no rete, no kilowatt. La funzionalità di un registro elettronico dipende da tanti fattori e in un giorno di blackout non si potrebbero fare, per esempio, gli scrutini.
Perché in una scuola il registro elettronico funzioni sono necessarie le attrezzature in numero adeguato rispetto alle classi e ai docenti; una buona connessione ad internet; una figura tecnica ad hoc che si occupi delle dotazioni tecnologiche e possa intervenire in tempo reale a risolvere i problemi.
Eppure, il registro elettronico è stato, in questi anni, la rivoluzione “semplice” della scuola italiana. La rivoluzione del 6 luglio (2012, Decreto Legge n.95, “Spending Review”).

28. A decorrere dall’anno scolastico 2012-2013, le iscrizioni alle istituzioni scolastiche statali di ogni ordine e grado per gli anni scolastici successivi avvengono esclusivamente in modalità on line attraverso un apposito applicativo che il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca mette a disposizione delle famiglie.
29. A decorrere dall’anno scolastico 2012-2013 le istituzioni scolastiche ed educative redigono la pagella degli alunni in formato elettronico.
30. La pagella elettronica ha la medesima validità legale del documento cartaceo ed è resa disponibile per le famiglie sul web o tramite posta elettronica o altra modalità digitale. Resta comunque fermo il diritto dell’interessato di ottenere su richiesta gratuitamente copia cartacea del documento redatto in formato elettronico.
31. A decorrere dall’anno scolastico 2012-2013 le istituzioni scolastiche e i docenti adottano registri on line e inviano le comunicazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico.

Improvvisamente, l’abolizione della feudalità e la nascita di un nuovo diritto: il diritto di sapere in tempo reale. Il passaggio dal cartaceo al digitale nel decreto sembra repentino. Quasi in “tempo reale”, appunto. Altrove e in maniera più competente di quanto possa fare io, qualcuno traccerà un bilancio, magari per sapere a che punto siamo.
Questo passaggio ha investito due aspetti fondamentali della vita della comunità scolastica: la formazione del personale e la formazione dell’utenza. Tutti gli “attori” (dirigenti, docenti, genitori, segreteria, alunni) vanno formati all’uso del registro online e, nel caso delle famiglie, si tratta spesso di un vero e proprio lavoro di alfabetizzazione all’uso delle nuove tecnologie. Non di rado, i “nativi digitali” supportano con le proprie competenze i genitori nei primi approcci all’uso del registro elettronico, due generazioni non “allontanate” ma “avvicinate” dalla tecnologia.
Consegnate le password di accesso alle famiglie, ecco che sono visibili agli utenti le assenze, le presenze e i ritardi; i voti scritti e orali; le circolari e gli avvisi; i materiali didattici e le programmazioni disciplinari.
Un flusso continuo di dati disponibili in tempo reale per un’utenza continuamente alla ricerca di una “connettività permanente” in un mondo che cambia:
Marinare la scuola? Un ricordo.
Nascondere la data dei colloqui? Impossibile.
Simulare il mal di pancia? No, nell’agenda del giorno si legge a chiare lettere “verifica scritta”.
Eppure, il segreto del cambiamento non è esclusivamente nella disponibilità dei dati, ma nell’effetto che riesce a generare, l’amplificazione della trasparenza. Si modifica profondamente il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione e nella scuola in particolare il registro online è il laboratorio di una trasformazione che investe non solo la gestione e la trasmissione dei dati, ma anche l’approccio e il comportamento di tutti i soggetti coinvolti.
La visibilità del registro di classe con le attività svolte, delle programmazioni, delle circolari e delle pagelle può rassicurare e allarmare, soddisfare e infastidire, ma assolve ad una funzione già scritta nella legge sulla trasparenza amministrativa (n.241/1990) e investe in pieno le cattive abitudini cresciute all’ombra del peccato originale della scuola italiana: l’autoreferenzialità.
Paola Lisimberti

De rerum…”mobile”

Giorno 26 gennaio 2015. Ore 15.
Sono in lab di informatica, a scuola (il Liceo Scientifico “Vincenzo Lilla” di Oria, prov. di Brindisi) a “fare orientamento”.
Ho “reclutato” i miei studenti per coadiuvarmi. Una ventina in tutto, dal primo al quinto anno.
Credo che un argomento illustrato dai “pari” (fa figo dire peer education…) abbia la massima efficacia, arrivi prima e meglio.
I ragazzi del primo anno stanno costruendo un blog e una survey sulle abitudini d’uso dei dispositivi mobile.
Sono partiti da una ricerca sui dati di diffusione degli stessi, abbiamo analizzato le caratteristiche dei sistemi operativi, sia desktop che mobile.
Una ragazza illustra i contenuti dell’attività, spiega le differenze tra iOS, Android, WindowsPhone, etc…
Jacopo è un ragazzo che frequenta il V anno. Poco prima l’ho dovuto bloccare perché avrebbe parlato all’infinito (e con cognizione) dell’hardware di un pc desktop che si è assemblato. Lo ha portato e, cacciavite alla mano, lo sta smontando e rimontando, spiegando ai sui compagni cosa è questo (RAM) e cosa fa quello (alimentatore).
Lo vedo scuotere il capo. Gli chiedo: <<cosa c’è, Jacopo?>>. Riposta: <<Prof., non è esattamente così>>.
Nasce l’idea! <<Ti va di scrivere un articolo?>>. <<Va bene, prof., ma non so se ne sono capace!>>.
Ieri sera mi arriva l’articolo.
Giudicate voi se Jacopo è capace.

 

Se ci si reca in qualsiasi negozio di elettronica per comprare uno smartphone la scelta cadrà solo su 3 opzioni: potremo infatti scegliere un dispositivo Android, un dispositivo iOS o un dispositivo Windows Phone. Sono questi i 3 maggiori sistemi operativi attualmente in commercio.

L’analisi dell’IDC (International Data Corporation, un gruppo mondiale specializzato in ricerche di mercato), dell’ultimo trimestre del 2014, mostra che Android domina il mercato con l’82,3% di share, iOS segue con l’13,8% e Windows Phone con il 2,5%, il restante 1,6% è occupato da altri sistemi operativi .

iOS, sistema sviluppato dalla Apple, è stato presentato il 9 gennaio del 2007, ed è entrato in commercio il 29 giugno dello stesso anno. Lo si può trovare solo su i dispositivi mobile Apple, cioè  iPad, iPod Touch, iPhone. Il sistema è attualmente alla versione 8.1.3 ed i suoi punti di forza sono semplicità e stabilità. Infatti iOS è stato sviluppato appositamente per l’hardware dei diversi dispositivi della casa di Cupertino, perciò è fatto per funzionare al meglio e sfruttare tutte le potenzialità dell’ “iDevice”. iOS è stato il primo sistema ad introdurre uno store per le applicazioni, l’App Store, contenente quasi 1.500.000 di app appositamente disegnate, ed uno store per musica, video musicali e film l’ “iTunes Store”. Comprando dispositivi Apple, si entra in un ecosistema dal quale è difficile uscire. La connessione tra i dispositivi è qualcosa di fondamentale e grazie al cloud di Apple (iCloud) si può ottenere una costante sincronizzazione tra tutti i dispositivi (se si  ricevere una chiamata sull’iPhone si può rispondere da un altro iDevice, le foto vengono automaticamente caricate nel cloud, come anche i file, le applicazioni vengono scaricate simultaneamente su tutti i dispostivi) rendendo sempre così comodo l’utilizzo da parte dell’utente.

Questo o.s. è adatto a tutti, in particolare a chi ama fare le cose in un certo modo e per coloro che vanno alla ricerca dell’app perfetta per tutte le evenienze. È da qualche anno che nelle aziende e, più generalmente, nel mondo del lavoro, alcune categorie professionali si affidino ai prodotti della Mela per trovare soluzioni idonee alla propria attività lavorative. Apple va così a sostituire BlackBerry nel mondo del business. Molti utenti Android, criticano (per non dire odiano) iOS perché non personalizzabile e limitato. Con l’ultima release del os (iOS 8) Apple si è aperta di più alla personalizzazione, concedendo la possibilità di aggiungere widget nel centro notifiche e la possibilità di installare tastiere di terze parti. Utilizzando il telefono con il software stock non si può modificare più di tanto, ma esiste una procedura detta “jailbreak” (in italiano evasione) che permette l’installazione di pacchetti di terze parti non distribuiti da App Store, attraverso applicazioni non ufficiali come Cydia. Grazie al jailbreak su un dispositivo iOS possono essere installati temi, aggiunte scorciatoie e gestures, cambiare le icone o i font, ma anche applicazioni che permettono la lettura di chiavette USB o micro SD (ovviamente bisogna avere un adattatore). La Apple in America consente questa procedura, ma non concede l’utilizzo di pacchetti che permettono di scaricare app a pagamento in maniera gratuita. Bisogna dire che il jailbreak rende l’os meno sicuro e se non utilizzata correttamente potrebbe portare alla perdita di dati. Ci sono, comunque, molte comunità online che aiutano chi si trova in difficoltà, tra cui la più importante italiana iphoneitalia.com

Galassia Apple

iPad

Android, inizialmente sviluppato dalla società Android Inc. nel 2003, fu acquistato da Google nel 2005 per soddisfare il suo desiderio di entrare nel mondo dei sistemi operativi mobile. Android è un sistema open source, il che significa che Google concede liberamente di modificare il codice sorgente del os, e quindi chiunque può modificare il sistema a suo piacimento.
Android non è quindi programmato per ogni singolo device su cui è installato, ma adattato. Grazie a questa caratteristica Android domina il mercato. Lo si può trovare su smartphone, tablet, TV (Android TV), macchine fotografiche (es. Galaxy Camera), smartwatches (es. Moto 360), e addirittura su occhiali (Google Glasses), e in qualunque fascia di prezzo. Ecco perché è il sistema operativo più diffuso.
La vera esperienza Android la si può solamente avere sui dispositivi Nexus, cioè quelli distribuiti da Google stessa. Montano la versione stock del sistema a differenza di altre case produttrici che, modificano l’interfaccia grafica modificandone le prestazioni, molto spesso, peggiorandole.
L’ultima versione disponibile è Android 5.0 Lollipop che introduce un’interfaccia più piatta e minimale. Android è sicuramente il sistema più aperto di tutti. Il suo store, il Google Play Store, contenente più di un milione di applicazioni, consente di scaricare oltre ad apps, film, musica, anche temi, launcher, pacchetti di font, widget, tastiere alternative, in modo da personalizzare al massimo il proprio telefono. Non ci si limita solo a questo. Gli smanettoni più esigenti hanno la possibilità di eseguire operazioni ancora più profonde, effettuando il “root” , una procedura grazie alla quale l’utente esperto può accedere ai file di sistema, modificandoli, cancellandoli o sostituendoli (modding).  Il supporto su queste procedure è garantito dai numerosi forum tra cui il più importante quello di XDA, una comunità legata allo sviluppo di applicazioni mobile con oltre 5 milioni di utenti.
Un tempo Android era l’alternativa ad iOS, ora è il suo più grande rivale. Le applicazioni sono sviluppate dagli stessi sviluppatori, a volte sono fatte meglio su Android altre su iOS. Il sistema di Google è adatto alle persone che vogliono provare uno smartphone ma non vogliono spendere tanti soldi (non che tutti i device Android costino poco, anzi), per coloro che amano la personalizzazione del proprio telefono e per chi non può fare a meno dei servizi google. Data la potenza hardware dei device flagship di Android, è anche il sistema più adatto al gaming mobile.

 

Android
Google logo

 

Successore di Windows Mobile, Windows Phone ( attualmente alla versione 8.1) è il sistema operativo della Microsoft, presentato il 15 Febbraio 2010 al Mobile World Congress. Come iOS, Windows Phone è un sistema leggero e sicuro ma ha un problema: nello store di Microsoft ci sono “solo” 500mila app, rispetto al milione  passato dei suoi avversari. Le app più importanti e famose sono presenti (anche se instagram è solo in fase beta), ma spesso, non si riuscirà a trovare, ad esempio, il gioco che va di moda. Viene considerato una grave pecca di questo sistema, e quindi, l’acquirente di uno smartphone devia sulla concorrenza. L’interfaccia grafica è studiata al meglio per rendere pratico l’utilizzo da parte dell’utente, il quale grazie ai “live tiles” ha tutto ciò che serve in un’unica schermata, molto importante è la sua ottimizzazione hardware, che lo fa girare perfettamente anche su dispositivi di fascia medio/bassa. Essendo sviluppato da Microsoft, il sistema Windows Phone si integra perfettamente con la versione desktop. E’ quindi adatto a chi utilizza frequentemente i servizi Microsoft e per chi non vuole spendere troppo ma avere comunque un device dalle prestazioni interessanti.

 

WP
Ms Logo

C’è chi è felice con Android, chi con Windows Phone e chi con iOS, ma esistono persone che venerano la propria scelta e danno vita a dibattiti online (e non solo() basati, molto spesso, su pregiudizi, attaccando e insultando l’utente del sistema operativo diverso. Questo fenomeno è detto fanboysmo. Bisogna partire dal presupposto che chi compra uno smartphone lo fa perché la scelta è coerente con le proprie esigenze.

Quest’articolo è stato scritto (nel modo più super partes possibile) da un ex possessore di Nexus 5 e attualmente possessore di un iPhone 6.

Jacopo Braccio, studente del V anno, sez. D del Liceo Scientifico “V. Lilla” di Oria (BR) – sezione Scienze Applicate

Sarà perché rispondo

Ho sempre pensato che tenere un libro sul comodino significhi qualcosa di più che leggerlo soltanto. E’ come avere con quel libro un rapporto affettivo, intimo.
Non ho molti libri sul comodino in questo periodo, solo tre: Lezioni americane di Italo Calvino, L’insonnia del Novecento di Lucio Villari, Non siamo capaci di ascoltarli di Ugo Crepet. Li leggo e rileggo e qualche volta, proprio perché mi sono affezionata a quelle pagine, ne ho letta qualcuna in classe.
Da qualche tempo, accanto a loro, è comparso lo smartphone. La convivenza sembra pacifica, se non fosse per quel ronzio irriverente delle notifiche.
Già, la chat. Soprattutto la chat di gruppo, alla quale ognuno affida il proprio messaggio in bottiglia. Un sasso nello stagno, spesso lanciato in orari improbabili. Per fortuna, ci sono innumerevoli modi per difendersi da una notifica, il primo dei quali è “non leggere”.
La comunicazione è il mio lavoro e la comunicazione attraverso la chat mi ha sempre incuriosito. Soprattutto ho pensato, come docente di Italiano (ma sicuramente sbaglio), di dovermi documentare sull’argomento, per affrontarlo con i ragazzi, che vedo molto presi e divertiti. Sono velocissimi, saltano da un gruppo all’altro, capaci di condurre discussioni accese e mescolare testo, foto e audio. Ma con una naturalezza….
Sono stata sempre raggiungibile dagli studenti e dai genitori sul mio numero personale anche quando il cellulare non esisteva ancora. Non mi sono sottratta all’ascolto ora della mamma in ansia ora dell’alunna in crisi. E così sono finita nella chat di classe. La uso come promemoria, per ricordare ai ragazzi, ad esempio, l’orario interno delle lezioni. Qualcuno mi chiede spiegazioni su un argomento, consigli su un libro da leggere, la risposta corretta della verifica scritta. In altri casi, dalla battuta di uno studente si scatena un’orchestra e diventa difficilissimo seguire il “flusso di incoscienza”, quando non si deve anche richiamare all’ordine.
In quei casi, avrei potuto fare un bel predicozzo, ma non mi sento portata.
“Non mi ascolterebbero. Forse dovrei registrare un audio in chat”.
Così, ho proposto loro di immaginare di dover raccontare la chat ad un fratello più piccolo, cercando di spiegargli il modo più corretto per utilizzare questo strumento. Ho imposto loro di usare la chat per lavorare, scambiare il materiale, organizzare un calendario di incontri dei gruppi di lavoro. Sono nati una presentazione multimediale, un racconto e un decalogo.
Mi ha molto colpito l’articolo di Alex Cortazzoli sul codice di condotta per i prof sui social, soprattutto quando l’autore richiama l’attenzione sul fatto che “vigilare sui ragazzi significa farlo quando li si incontra sul muretto, al campetto da calcio o sulla Rete che oggi dev’essere considerata uno spazio alla pari di altri”. Lo spazio della chat è comunque uno spazio in cui si gioca la partita dell’ascolto tra adulto e adolescente.
Le nuove tecnologie investono decisamente il nostro modo di lavorare (e “investono” non è un verbo scelto casualmente): in chat il docente è sempre raggiungibile. Non c’è orario di lavoro. Per un alunno, il docente è docente in ogni ora del giorno e difficilmente nel mandare il messaggio si chiederà se è ancora orario di ufficio. Ugualmente, il docente non guarderà l’orologio prima di rispondere ad un messaggio di uno studente. Certo, qualche volta il ragazzo avrà la percezione che sia più facile ottenere risposte dal suo professore anziché dai suoi genitori. Qualche volta, invece della domanda, arriverà una faccina, un saluto, una foto. L’adolescente vuole essere ascoltato e se l’adulto che lo ascolta e gli risponde è raggiungibile attraverso la chat, allora la userà.

E’ tardi. Leggo qualche pagina, metto in carica il cellulare e penso che, se avessi fatto l’impiegato, avrei avuto un orario di lavoro certo, granitico, che nessuna diavoleria tecnologica avrebbe potuto mettere in discussione.
«Si potrebbe cominciare a discutere di un’educazione basata su criteri diversi, dove le emozioni e le relazioni affettive possano funzionare non come limite ma come catalizzatore delle capacità individuali. Forse la nostra comunità potrebbe riscoprire la gioia e l’orgoglio di progettare un futuro meno scontato e appiattito, meno omologato e più creativo per le future generazioni» (P.Crepet, Non siamo capaci di ascoltarli, Einaudi, p.9)

Ronzio.
“Mi traduce questa frase di latino?”
Ma che ore sono? Ma perché proprio a me? E traduttori online? Mah….sarà perché rispondo.

IL SORPASSO

Siamo protagonisti di un’esperienza assolutamente nuova nella storia della scuola. Questa esperienza si vive in aula, dove docenti e studenti, due generazioni lontane, possono scambiarsi gli apprendimenti. La rivoluzione culturale messa in moto dall’innovazione tecnologica ci consente di condividere, collaborare e interagire proprio sui banchi di scuola. La metafora di tutto questo sono le nostre aule, dove LIM e vecchie lavagne convivono.
-Ragazzi, prendete appunti
-Si, prof, scatto una foto
-Cosa fai con lo sguardo fisso sullo schermo del cellulare?
-Leggo i Promessi Sposi
-Questi gli esercizi per la prossima settimana
-Giro su whatsapp
-Nelle prossime lezioni impareremo a inserire clip-art e immagini nel foglio di lavoro
-Un attimo, prof, sto aggiornando il mio blog…
Per alunni così bisogna essere pronti, magari anche disponibili ad imparare da loro. La tecnologia amplifica il nostro potere educativo, ma smaschera il vuoto, lì dove c’è. Rischiamo “il sorpasso” e potrebbero non avere bisogno di noi.

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La condivisione tra le generazioni sembra che possa essere il valore aggiunto di questa rivoluzione culturale. La connessione ha abbattuto le pareti e quelle esperienze di didattica che nascono a scuola possono vivere ed alimentarsi fuori della scuola. Insomma, una mentalità “open”, anche nella didattica.

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E’ il docente facilitatore, il docente tutor, il docente coach a portare a casa i risultati migliori.

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Un maker per alunno
Un maker per alunno

Los Angeles, California. Nel quartiere Downtown sorge il Los Angeles Convention Center, un centro espositivo famoso in tutto il mondo. Qui si svolge l’ISEF (Intel International Science and Engineering Fair), uno dei più importanti concorsi di ricerca scientifica per le scuole superiori. Quest’anno, il primo premio del concorso, del valore di 75mila dollari, è stato assegnato ad un quindicenne di Boston, che, con l’unico obiettivo di confutare le statistiche che vogliono i quindicenni, poco importa se americani o non, spinellati, rimbecilliti dalla tecnologia e ormai persi nei labirinti delle chat, ha impegnato il suo tempo per sviluppare un software di apprendimento automatico in grado di studiare le mutazioni di un gene legato al tumore al seno.
Hanno partecipato alla competizione anche 5 ragazzi italiani. E uno di loro, Giuseppe Dall’Agnese, studente del quarto anno del Liceo Scientifico Biologico “Elisabetta Vendramini” di Pordenone, ha anche vinto il premio Exceptional Science Award con un progetto sul funzionamento della chinasi p38.
Ma cosa avranno di diverso dagli altri questi studenti?
Qualcuno risponderà che sono nati geni. Il collega gli farà eco annuendo con la testa e commentando che “alcuni ancora studiano”, tengono la testa sui libri.
Certo che, studiando soltanto, magari dai cari vecchi libri, quelli così rassicuranti, quelli che iniziano a pagina 1 e finiscono a pagina 75, non credo che la cagliaritana Margherita Pinna, il torinese Matteo Giardino, i friulani Alessio Mazzetto e Alberto Agnoletti avrebbero mai avuto accesso ad una competizione internazionale di questo livello. E sono arrivati a Los Angeles dopo essere stati selezionati dal concorso nazionale “I giovani e le scienze”.
Qualcuno potrebbe obiettare che nelle scuole di questi studenti siano a disposizione fondi e laboratori superattrezzati. Certo, è così. Ma non hanno avuto a disposizione più opportunità di finanziamento di quante ne siano state date in questi anni alle regioni meridionali dall’Europa.
Dietro uno studente così “nuovo” deve esserci un “nuovo” docente.
Perché le rivoluzioni le fanno le persone. E tutto questo, non ha niente a che vedere con una pioggia di tablet: per combattere la malnutrizione in Africa non è sufficiente lanciare da un aereo scatole piene di cibo.
E per evitare “il sorpasso”? Un cambiamento radicale. Una scuola costruita intorno allo studente di domani, quello studente che non sa cosa farà da grande perché  questo è il mondo in cui le professioni nascono e muoiono.

Paola Lisimberti

 

 

Babbo Natale con Arduino e Scratch

Coderdojo Lecce è un club di volontari che organizza in tutto il Salento periodicamente laboratori dove i bambini possono entrare in contatto con l’informatica creativa, l’elettronica opensource, il mondo del making, etc.

Il 27 Dicembre 2014 abbiamo organizzato a Surbo (LE) la nostra sessione natalizia di Coderdojo, durante la quale è venuto a trovarci un Babbo Natale tutto particolare

Babbo Natale Arduino

costruito dal nostro mentor Pipeppu 🙂

Di seguito ci spiega come costruirlo.

Per questo piccolo esperimento ho utilizzato:

  • Arduino uno
  • tre micro servomotori
  • una marionetta da stampare di Babbo Natale trovata su internet
  • e per dar vita a tutto il nostro carissimo Scratch in una nuova veste: Scratchbot (http://app.makeblock.cc/program/scratch/) ovvero come programmare Arduino da Scratch in pochi e semplici passi.

Ma ora andiamo per gradi.

Prima fase: costruire la struttura

Stampiamo e incolliamo il Babbo Natale su di un cartone da imballaggio, successivamente ritagliamo le sagome delle braccia , delle gambe e del busto con particolare attenzione alle incisioni da dove dovranno spuntare le teste dei servomotori.

Babbo

Con la colla a caldo e il cartone realizziamo dei sostegni a “C” e li incolliamo al busto, fissiamo i servomotori all’interno dei sostegni sempre mediante la colla a caldo.

babbo1

Incolliamo le braccia e le gambe ai braccetti a corredo dei servomotori.

babbo2Fissiamo gli arti al busto e il Babbo è fatto!babbo3

Per far stare in piedi il Babbo Natale io ho approfittato del Meccano di mio figlio per costruite una struttura di sostegno. Qui si conclude la fase Art Attack.

Seconda fase: i collegamenti elettrici

Per realizzare i collegamenti elettrici ho utilizzato:

  • una breadboard,
  • dei cavetti
  • Arduino

lo schema è molto semplice:

collegamenti

Il connettore del servomotore

servo

Terza fase: dar vita a Babbo Natale

Stabilire una comunicazione tra Scratchbot e Arduino è molto semplice, basta collegare Arduino al PC e avviare Scratchbot il quale riconosce automaticamente il modello di scheda Arduino che stiamo utilizzando, a questo punto selezionando la porta COM che normalmente si utilizza per programmare Arduino eseguiamo l’Upgrade del Firmware.

firmware

Alla fine dell’upgrade può essere necessario ristabilire la connessione selezionando nuovamente la porta COM.

Se la connessione è andata a buon fine nello Scripts Robots, il pallino da rosso sarà diventato verde.

verde

Di seguito il codice che permette ai servomotori di ruotare per far muovere le braccia e le gambe di Babbo Natale e farlo ballare.

code

Al pin 12 e 13 sono collegati i servomotori delle braccia, al pin 11 il servomotore delle gambe.

Quando si clicca sulla bandiera verde i servomotori si avviano e si portano a 0 gradi attendono 0,2 secondi e ruotano nuovamente per portarsi a 45 gradi, attendono 0,2 secondi e ruotano ancora per portarsi a 180 gradi e si fermano concludendo il ciclo.

motori

Per concludere ho modificato un bellissimo gioco in Scratch scaricato dal sito della community e l’ho programmato in modo da far ballare il mio nuovo amico Babbo Natale al raggiungimento di un dato punteggio di gioco.

gioco

Infine la descrizione del funzionamento direttamente dalla voce dei protagonisti 🙂
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Articolo precedentemente pubblicato su CoderdojoLecce.it

Quali risorse umane per quale scuola del futuro?

Il Piano del Governo Renzi sulla scuola segna un punto di svolta importante nel panorama dell’istruzione italiana. O, meglio, potrebbe essere tale. Per una serie di motivi.
Non voglio chiamarla “riforma” (in questo concordo con gli intendimenti del Presidente del Consiglio), poiché quelle che si sono susseguite negli ultimi quindici anni non hanno fatto altro che aggiungere caos, più che contraddistinguersi per il “quid novi“.

Il principale motivo per cui questo piano può essere importante è da ricercare nel metodo: una consultazione pubblica, aperta, cui hanno partecipato 207.000 cittadini (a vario titolo) con oltre 1.300.000 accessi al sito, 2043 dibattiti, quasi il 70% delle istituzioni scolastiche coinvolte. Questa forma ha certamente avuto il merito di consentire a tutti coloro ne avessero voglia di esprimere la propria posizione e aggiungere proprie considerazioni e proposte.

A mio avviso, però, questa forma di democratizzazione del dibattito ha in se un rischio, mediamente elevato: quello, cioè, di ragionare in termini statistici su quali “capitoli” e/o azioni del #labuonascuola implementare, quali mettere in standby e, quali, invece, accantonare.

Intervista_Quotidiano

Perché questo è un rischio? Ho partecipato ad alcuni dibattiti e a un paio di (svogliati) Collegi Docenti dai quali o non sono emersi “position paper” ovvero si sono sprecate frasi fatte e dal sapore very old style.
Non è un caso, ad esempio, che gran parte della discussione sia stata incentrata su temi che riguardano la carriera e la valutazione docente, la de-burocratizzazione, gli scatti di anzianità. Tutti argomenti importanti, per carità. Ma dal sapore, consentitemelo, vetero-sindacale!
Che dimostrano, senza troppi giri di parole, che il sistema scolastico italiano è ancora troppo sbilanciato verso logiche che ne hanno determinato una chiusura autoreferenziale che si fa una gran fatica a scalfire e sorpassare. E non in nome di chissà quale volontà pantecnologica, ma perché è sorpassata dai tempi! Ho sentito spesso dire ad un Dirigente illuminato (Salvatore Giuliano, Dirigente I.I.S.S. “Majorana” di Brindisi) che “se un uomo del secolo scorso tornasse in vita troverebbe la società completamente mutata; se entrasse in una scuola, la troverebbe uguale ai suoi tempi”.
Una verità difficilmente controvertibile.
Ed allora accantonare o depotenziare alcuni dei temi davvero innovativi (penso alle “palestre dell’innovazione”, ai “digital makers”, ma anche alla valutazione degli istituti, al “crowdfunding”, alla possibilità per le scuole di “scegliersi la squadra”, ovvero i docenti…) solo perché “incompresi” da un sistema che è fermo rispetto al mondo che cambia, rischia di diventare il classico “cane che si morde la coda”: un avvitamento su se stessi.

Mimmo_MFCon RiccardoLuna

Dobbiamo chiederci, allora: quale scuola stiamo disegnando? Per quale futuro? Per chi? Con quali competenze? Con quali risorse umane? Con quali “materie”?
A mio modo di vedere, la scuola del futuro non può prescindere, in alcun modo, da una serie di punti cardine:

  1. la scuola del futuro deve diventare un sistema “open” sia in termini spaziali che culturali. La scuola deve porsi l’obiettivo di diventare una sorta di hub territoriale per l’innovazione, in grado da fungere da motore per un ecosistema digitale di sviluppo sociale a tripla elica, come indicato dalla Strategia EU2020. La scuola deve intercettare la domanda di innovazione e cambiamento che proviene dal territorio (imprese, pubblica amministrazione, cittadini) e farsi motore e promotore di questo cambiamento.
    Ma perché ciò avvenga, molti sono i cambiamenti che devono avvenire. A partire dallo snellimento dei lunghi processi di autorizzazione alla spesa (ad esempio: si introducesse il “centro di costo”. Ogni docente referente di un progetto ha piena autonomia alla spesa e alla rendicontazione). Ad oggi, il time lapse tra la presentazione di una proposta progettuale e la sua attuazione è, mediamente, di 6/12 mesi: una enormità in un mondo che cambia vorticosamente!
    La scuola deve poter essere aperta per venire incontro alle esigenze degli studenti. Se un gruppo di ragazzi sta preparando una attività progettuale (infrequente? No! Scusandomi per l’autoreferenzialità, basta dare un sguardo a questi siti: Innovation Summer Camp, Maker Faire 2014, eventi promossi o cui hanno partecipato gli studenti del Liceo Ludovico Pepe di Ostuni(Br)) non deve cercarsi spazi alternativi! Deve poter utilizzare quello scolastico. Oggi è quasi impensabile che un docente resti, sotto personale responsabilità, a scuola con un gruppo di studenti, in orario pomeridiano, per svolgere attività su base volontaria.
  2. i veri protagonisti della scuola sono gli studenti! Non il Dirigente, non i docenti, non il personale ATA. Tutti attori di un processo di sviluppo sociale che, però, deve avere attenzione verso il “prodotto” culturale. Gli studenti. Senza studenti non esiste la scuola.
    Studenti_Pepe2
  3. il futuro che attende questi ragazzi è dinamico, complesso, molto diverso da quello che hanno trovato le nostre generazioni. Hanno stimoli e strumenti differenti, pensano, creano, dialogano in modo diverso. Pensare ad un processo trasmissivo del sapere, come se la scuola fosse l’unico depositario del “sapere”, senza alcun collegamento con il “saper fare” (e con il “saper divenire”) non ha senso. Perché è fuori tempo e fuori luogo. Occorre aprirsi al mondo delle professioni, alla pubblica amministrazione, alle imprese, ai cittadini. La scuola o è di tutti o non è di nessuno (parafrasando Riccardo Luna).
  4. le competenze che devono essere sviluppate riguardano sempre di più non i meri tecnicismi ma le cosiddette “competenze per la vita” (skills for life): capacità di adattamento, problem posing and solving, empatia, creatività, autoconsapevolezza e così via.
    Ha senso slegare, oggi, il sapere umanistico da quello scientifico? Una lezione di geografia, ad esempio, può essere fatta attraverso l’utilizzo di software (tipo “scratch”) o deve essere per forza “trasmessa” da un sacerdote ex cathedra, seguendo un unico “libro-bibbia” (che, magari, è già “vecchio” mentre va in stampa) e verificando poi il nozionismo sterile dei concetti appresi? E’ questo il sapere? Una lezione di biologia può essere svolta attraverso l’utilizzo di contenuti multimediali 3D, oppure deve necessariamente essere appresa su immagini bidimensionali di un libro di testo? Una lezione di coding, può essere svolta utilizzando le funzioni del Wiring programmando un Arduino, oppure deve necessariamente passare per un listato chilometrico di routine in C++, magari ricopiate in laboratorio da una fotocopia?
    Macchinina
  5. affinché le competenze necessarie siano sviluppate, però, il sistema scuola abbisogna di Docenti e Dirigenti innovativi. Il che non significa saper usare la LIM (come costoso televisore, spesso…) e/o aver conseguito i punticini delle certificazioni ECDL o di lingua. Importanti, per carità. Ma provate a chiedere ad uno studente se interessa qualcosa che il proprio docente sia abilitato, o abbia la patente europea o, altro ancora. Perché gli studenti valutano.
    Nasce, in sostanza, un problema di risorse umane.
    L’immissione in ruolo di 150.000 docenti non può, quindi, trasformarsi in una operazione mediatica-amministrativa con cui chiudere con un sistema completamente folle e fuori controllo (quello delle Graduatorie ad esaurimento) ma deve essere l’occasione per trasformare il sistema scuola. Che non ha più scuse. Non ce ne sono più!
    Ad oggi, se una scuola vuole “tenersi” o “scegliersi” un docente meritevole (e, suvvia, basta con i demagogici richiami ai rischi di “lecchinaggio”! Si introduca un sistema che valuti la scuola, poi vedremo quale Dirigente ambirà a tenere in servizio un docente meno meritevole di un altro) non solo non può farlo, ma non può minimamente mettere becco su un sistema di trasferimenti/assegnazioni che prescinde dall’offerta formativa e dalle reali necessità dell’Istituzione.
    L’occasione, allora, è ghiotta! Si lasci alle scuole una opportunità: quella di definire, ad esempio, delle materie anche “ibride” o “nuove” ( innovazione, making, coding, robotica educativa, europrogettazione) e, sulla base di un progetto, si potrebbe prevedere l’istituzione di “cattedre di eccellenza” (come le “Jean Monnet” universitarie previste dal Life+) incentrate su tematiche di ricerca e/o di frontiera (i digital makers sono un esempio; oppure la programmazione in ambiente “mobile”). In questo modo, le scuole potrebbero istituire dei percorsi specialistici che potrebbero essere realizzati tanto in orario curricolare, che extra, arricchendo l’offerta formativa. Ovviamente, non prescindendo dalla scelta del docente cui affidare la cattedra.
    Inoltre, ad oggi, l’attenzione è (giustamente) posta sul sistema di reclutamento degli insegnanti.
    Ma in un sistema come quello disegnato, un ruolo essenziale assume il Dirigente Scolastico che dovrà avere conoscenze, competenze ed attitudini manageriali alquanto elevate.
    Per questo, il futuro concorso non dovrebbe premiare in modo esclusivo o, comunque, eccessivo (presunte) competenze “esperenziali”, ossia legate all’espletamento di “funzioni strumentali” e/o vicariato e, quindi, dovrebbe essere aperto alla partecipazione di tutto il personale, anche precario, anche con meno di 5 anni di esperienza di docenza.
    Per una scuola dell’innovazione e della modernità, occorre puntare su Dirigenti innovativi e moderni, in grado di leggere le dinamiche territoriali e, in modo più ampio, le traiettorie di sviluppo “globali”, anche in termine di nuove tecnologie ed “apertura” della scuola.

 

Probabilmente questo intervento è un “libro dei sogni”. Ma, citando Paolo Coelho, il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni.

E di questo sogno fa parte a pieno titolo una scuola al passo con i tempi, in cui la didattica attraverso l’uso delle nuove tecnologie  possa essere una della rivoluzioni che ci porti, davvero, in quel #futuro ove, citando nuovamente Riccardo Luna, “o ci andiamo tutti, o non ci va nessuno”.

 

Mimmo Aprile

BookInProgress… Non Disturbare

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Se non Imparo da come tu Insegni per favore Insegna in un modo tale che io possa Imparare

Il libro di testo, che prima era l’unico strumento attraverso il quale si trasmettevano le conoscenze che poi forse un giorno sarebbero diventate competenze, oggi non è più l’unico strumento che ci consente di apprendere. Sul discorso di apprendere e di insegnare ci sarebbe tanto da dire, ma è  evidente che innanzitutto ci sarebbero da svecchiare le scuole nel senso più buono del termine, rendendole più eguali al sociale e più attuali, affinché i ragazzi non debbano trovarsi nella condizione di fare un salto nel passato. Se per assurdo un nostro antenato ritornasse in vita, di certo non riconoscerebbe la sua città, ma se tornasse a scuola, l’aula la troverebbe identica perché il modo di trasmettere le conoscenze non è cambiato per nulla. Il nostro intento è quello di cambiare il modo di fare scuola e di rendere la scuola più divertente, attraverso il coinvolgimento dell’allievo e del docente, rendendo i ragazzi parte attiva dei processi di apprendimento ed è per questa ragione che è nato il progetto BookInProgress…


 

book in progress Salvatore Giuliano


Secondo le nostre dinamiche, i docenti si confrontano in primis sul modo di fare scuola ed poi naturalmente inoltre anche sui contenuti, in forma cartacea e in forma in digitale. E’ necessario invertire il tempo e lo spazio della scuola mettendo a disposizione una piattaforma che consenta agli allievi di avere tutto il necessario per ampliare il proprio bagaglio di conoscenze ad ogni ora ed in ogni luogo. Questo è possibile solo se si va oltre il solito e-book, che non è altro che una trasposizione in digitale del vecchio libro, passando invece all’utilizzo di contenuti interattivi quali ad esempio video, collegamenti esterni, immagini interattive con approfondimenti, contatti con i docenti e con gli altri ragazzi, al fine di rendere il processo di apprendimento in linea con i tempi che corrono. il nostro progetto, non è solo produzione di contenuti, ma piuttosto è una sperimentazione di una metodologia didattica.


Articolo tratto dalle parole di Salvatore Guliano durante il suo intervento a “La Buona Scuola” riguardo al suo progetto BookInProgress. Un metodo in cui i libri di testo sono scritti valorizzando i docenti: 800 professori della rete nazionale – con capofila l’ITIS Majorana di Brindisi – e stampati all’interno degli istituti.

Il Video completo QUI

http://www.bookinprogress.org

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