Useremo la nuova funzione di Scratch2.0 (aggiornate all’ultima versione) dove è possibile registrare per un massimo di 60secondi le operazioni svolte. Si può anche registrare il suono del microfono.
Auguriamo a tutti un Sereno Natale e Felice e proficuo 2016. Be Cool!
Ho sempre pensato che la scuola fatta di banchi, cattedra, ruoli sclerotizzati e schemi fissi non fosse quella per cui e in cui si possa costruire un futuro all’altezza delle sfide del XXI secolo. E tra queste sfide c’è il cambio di passo, a livello metodologico prima che tecnologico, che viene richiesto per adeguare il sistema alle esigenze di formare menti e competenze in linea con la digital literacy e le soft skills che, già a partire dalla Relazione del Parlamento Europeo n.2009/2225(INI) del 25 marzo 2010, vengono indicate come strategiche per la realizzazione della Agenda Digitale Europea che, ricordiamolo, è una delle 7 iniziative faro della Strategia Europa2020, che mira al raggiungimento di obiettivi di crescita dell’area EU entro il 2020.
Per questo credo che il PNSD (Piano Nazionale Scuola Digitale) recentemente varato dal MIUR possa avere un ruolo importante nello sviluppo di almeno un pezzo di questo processo.
Di conseguenza, quando la Dirigente mi ha coinvolto nello sviluppo di attività che consentissero alla scuola di aderire alla settimana del PNSD (in concomitanza con l’ora del codice-Hour of code) non me lo sono fatto ripetere due volte.
In tempi rapidi abbiamo predisposto un programma di massima (Making Your Future) e lo stiamo realizzando.
Tutto cominciò con un docente di Informatica che parlava una strana lingua.
a.s.2013/2014, prof. Mimmo Aprile e gli alunni della 3A
E gli argomenti di cui parlava (makers, stampa 3D, Europa 2020, IOT, Jeremy Rifkin e terza rivoluzione industriale, open data) non c’erano neanche sul libro. Ma innovare è una malattia contagiosa, quando ci si convince che “si può fare”. E così, non molto tempo dopo, anche l’aula potè vivere un giorno da “fab-lab”, quando la stampante 3D entrò in classe. Via la cattedra, via i banchi e le sedie, silenziosamente un oggetto prese forma, sotto gli occhi incuriositi dei ragazzi e dei docenti. (altro…)
Spesso mi chiedono di fare una semplice “favola” con Scratch. La cosa più semplice è quella di mettere uno o più personaggi (sprites) e farli dialogare tra loro ad intervalli di tempo prestabiliti; prima parla il primo sprite per esempio dicendo “ciao” per 2 secondi, mentre l’altro sprite avrà il blocco “attendi per 2 secondi” e poi risponderà parlando lui ect.
La cosa funziona, ma poi diventa più complessa se inseriamo animazioni, altri sprites ect Perdo il controllo della sequenzialità e del sincronismo. (altro…)
Il tutorial propone i monumenti più famosi delle città capoluogo di provincia pugliesi.
ovviamente si può estendere a qualsiasi luogo o monumento o argomento.
E’ bene introdurre il concetto di licenza d’uso per le immagini monumentali, che secondo la legislazione italiana non possono essere usate a scopo di lucro. Quindi se una classe (o singolo studente) partecipa ad un bando potrebbe commettere un’illecito.
Per ovviare a questo, per esempio, cercare immagini su Google, cliccando poi immagini→ strumenti di ricerca→ diritti di utilizzo e scegliere una delle prime due licenze (escludete Non filtrate in base alla licenza):
Per prima cosa salvare sul proprio PC/Tablet le immagini prese per esempio da Wikipedia. La licenza d’uso è sempre CC-BY-SA cioè abbiamo l’obbligo di citare che la fonte è Wikipedia e dobbiamo permettere la libera circolazione della conoscenza permettendo anche ad altri di usare la nostra stessa opera, anche se venduta o altro. In pratica nessuno può mettere un “copyright” su una conoscenza trasmessa e diffusa.
Non riesco a ricordare quando, ma ad un certo punto ho smesso di leggere un libro dalla prima all’ultima pagina. Deve essere successo più o meno dopo “Piccole donne” di Luisa May Alcott (che ho letto numerose volte) e sicuramente prima di “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Ho cominciato a leggere i libri senza seguire l’ordine delle pagine, ma smontando e rimontando, cercando e scoprendo, ferma nella convinzione che, se si vuole scoprire il segreto più nascosto di un libro, non lo si deve leggere come fanno tutti gli altri. Ai tempi della carta e della penna non era naturale leggere un libro così, anzi, piuttosto faticoso, ma l’esercizio si è affinato col tempo e si è rivelato una vera e propria qualità quando ho messo mano per la prima volta ad un ipertesto e ho cominciato a scrivere gialli (correvano gli anni Novanta). Leggendo i libri dalla fine passando non per il centro ma tornando all’inizio, ho imparato quanto sia difficile trovare le risposte, soprattutto quando non si seguono gli schemi, e scrivendo gialli ho imparato a farmi le domande, fondamentali per la ricostruzione della scena del crimine.
Di conseguenza, animata da un sacro spirito di condivisione con voi (i miei 25 lettori), affido allo schermo bianco una semplice riflessione, frutto di quell’esercizio del quale vi ho sinteticamente parlato, ma che ho avuto modo anche di affinare negli ultimi tempi. E questa riflessione è nata durante la mia partecipazione alla Maker Faire, ma non sapevo, allora, che stavo cominciando a leggere un altro libro dalla fine.
Il rientro da un evento internazionale come la Maker Faire Rome 2015 non è mai semplice: è come aver fatto un giro sulla piattaforma spaziale internazionale e poi tornare a guidare “una ‘600 giù di carrozzeria” su uno sterrato.
E’ il secondo anno che ci vado e se la prima non si scorda mai, la seconda è più bella ancora.
Ho avuto l’onore di essere contattato dai ragazzi di scuolaZoo che cercavano dei progetti interessanti da ospitare nel loro stand e ne ho proposti due. Di Luca Podo ho già raccontato.
Oggi la storia è quella di Vito Carriero, studente della VD del Liceo Scientifico “V. Lilla” di Oria (BR). Gli ho chiesto di raccontare la sua impressione al rientro da Roma. Ha cominciato a scrivere durante il rientro ma mi ha detto <<prof., non mi piace. A lei sicuramente si, ma non mi sento io li dentro>>. Ok, va bene, riflettici. Stasera mi manda un altro pezzo. E mi telefona: <<prof., pubblichi solo questo>>.
Va bene, accetto. Vito è uno di quei ragazzi che non ama mettersi in mostra. È educato ma, al tempo stesso, ironico.
Mai sopra le righe, ma mai banale.
Ha lavorato sodo su un progetto iniziato lo scorso anno a scuola insieme ad un compagno di classe (“infettato” come dice lui), ha continuato in estate e raffinato quest’anno.
Obiettivo: partecipare alla Maker Faire Rome.
E ce l’ha fatta, ospitato da ScuolaZoo.
In tre giorni ha creato un legame profondo e straordinario con Arianna e Giovanni, del Liceo Ludovico Pepe di Ostuni (BR) che erano alla Maker nello stand C14 con il progetto Roboticsness
Ha stretto mani, esposto il progetto, fatto network, condiviso conoscenza.
Ed oggi mi ha stupito: gli ho chiesto di raccontare ai suoi compagni l’esperienza della Maker in classe.
Ha tenuto lezione per un’ora, con lucidità, passione e capacità di coinvolgimento.
E questa è la sua storia.
Io e Vito…di rientro dalla MF15
<<Se dovessi definire cos’è stata per me Maker Faire Rome mi verrebbe immediatamente una sola parola: “conoscenza”.
Siamo spesso abituati ad accostare la tecnologia a una specie di “sociopatia” che provoca l’esclusione dal mondo esterno e chiude i contattati con chi ti sta intorno, ma dall’esperienza appena conclusa ho capito che in realtà il mondo digitale è un vero e proprio mezzo di socializzazione di massa. Niente è passato di sfuggita, tutti hanno arricchito la mia persona.
Son tornato a casa stanco, ma pieno di risorse e spunti di riflessione da cui ripartire. Non ho incontrato nerd seduti dietro una scrivania con davanti un pc, ma access point a un mondo forse un po’ troppo parallelo dalla realtà in cui viviamo. In questo mondo parallelo le emozioni arrivano da dove meno te l’aspetti e come direbbe qualcuno anche parlando di codici, di robot, si può sentire il tremore nelle mani, io quel “tremore” l’ho sentito davvero!
Nel padiglione in cui ero situato insieme alla mia A.D.E.L.E. (Assistente Domotica Estensioni Longitudinali Elelmentari) ho visto passare una miriade di gente, ognuna con il suo punto di vista, con le sue sensazioni, esperienze, ognuno con un proprio sogno nel cassetto e dialogando con loro mi son reso conto che tutti volevano arricchire il proprio bagaglio, fare propria l’idea dell’altro.
Con A.D.E.L.E. allo stand della MF15
Leggevo, negli occhi degli espositori i quali ho avuto modo di incontrare, la volontà di aprire una rete e collegarsi al tuo ramo: entravano in te e condividevano ogni singolo frame della loro esperienza.
Per dirne una io ero ospitato, insieme ad altri ragazzi, presso lo stand di scuolaZoo, dove ho avuto il piacere di conoscerne lo staff, fatto da dei veri e propri dispensatori di divertimento. Ragazzi con la voglia di sollevare le sorti della scuola italiana, a partire dal vero destinatario del servizio pubblico: LO STUDENTE.
Vito con i ragazzi di scuolaZoo allo stand della MF15
Insieme a me, poi, c’erano Federico e Luca, due studenti al primo anno di ingegneria che con le conoscenze acquisite in autonomia, sono stati in grado di costruire dal nulla dei prototipi del tutto sensazionali. Da loro ho avuto molto da imparare sullo sviluppo di circuiti stampati e controlli remoti ma anche su università e bellezze del territorio, senza tralasciare la loro storia e le loro esperienze.
Una delle conoscenze fatte che mi risulterà difficile dimenticare è stata quella con Valeria Cagnina, una ragazzina di 14 anni dall’aspetto semplice, ma dalla personalità profonda. Coltiva un orto ed è una DC, è una maker e vorrebbe cambiare il mondo. Grazie a ciò che è stata finora la sua vita, Valeria è giunta a una fondamentale conclusione e ha aiutato anche me a farlo: conoscere ed incontrare crea legami e i legami di sicuro non portano alla divisione. Legami che creano una rete fatta da persone e non semplicemente computer, dove la condivisione è regola e possibilità di comunicare.
La sua esperienza è molto vicina alla mia e a quella di molti studenti italiani, stanchi di assistere alla fossilizzazione del sistema scolastico e alla continua generalizzazione che distacca ognuno dalla propria indole innata. Poiché non esiste chi è più “stupido” e chi più intelligente, tutti siamo in grado di realizzare qualcosa di concreto e portare un contributo alla società. La Maker insomma, si è manifestata anche come sinonimo di cultura e non solo digitale!
È stato invece grazie alla testimonianza di due individui singolari di un liceo vicino a dove abito: Giovanni e Arianna e a due prof, Mimmo Aprile e Paola Lisimberti, che son riuscito a capire il senso di ciò che stavo vivendo e a rendermi conto che, tornando a scuola avrei solo continuato un processo di apprendimento, la cui svolta radicale però è partita proprio da Roma.
Socrate direbbe che conoscere rende liberi, io con Maker Faire Rome son diventato un po’ più libero.>>
A seguito della partecipazione della classe IB del 2 Comprensivo Francavilla Fontana BR, ad un contest promosso da POLICULTURA EXPO WORLD MILANO 2015, del POLITECNICO DI MILANO, a Settembre le è stato notificato che il lavoro presentato è stato valutato dalla commissione ,risultando finalista e tutta la classe è stata invitata alla cerimonia che si è tenuta ,poi, presso il Politecnico di Milano il 13 Ottobre .
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Per varie difficoltà ,però, la classe non ha potuto presenziare la cerimonia , ma la si è potuta seguire in streaming e sui social network . Cosicché dopo la presentazione dei vari lavori , in classe si è esultati quando il professor Paolo Paolini ha dato la parola al professor Aldo Torrebruno per annunciare i vincitori ,ed ha pronunciato: … “THE WINNER IS…WE MAKE A GARDEN BOX..Secondo Istituto Comprensivo Francavilla Fontana”…con la Menzione Speciale di migliori attività fatte in classe..
La Narrazione multimediale ” ME LO P “ORTO” OVUNQUE ” ,versione internazionale WE MAKE A GARDEN BOX “è stata realizzata con gli alunni di classe prima di scuola primaria con il software autore “MOTORE 1001 STORIA ” del Laboratorio HOC – LAB Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano. Essa è la naturale prosecuzione di un percorso iniziato lo scorso anno in relazione ai temi di Expo 2015 che ha preso parte al concorso “PoliCulturaEXPOMilano2015”. Qui il link della narrazione
Un breve Trailer, della durata di 60 secondi con stile comunicativo “Concept”, precede la narrazione per spiegarne brevemente l’idea principale. Tutti i trailer sono visibili sul BIG DIGITAL WALL del Padiglione Zero di EXPO Milano 2015, in collaborazione con Short Food Movie. Quì il link
17 ottobre 2015.
Tra soli 4 giorni, ad Hill Valley in California atterrerà una DeLorean volante modificata.
M. J. Fox e Christopher Lloyd con la DeLorean
Il pannello della DeLorean impostato sulla data del 21 ottobre 2015
Qui a Roma, Campus Università “La Sapienza” il futuro è presente.
Solo ieri 30.000 visitatori. Soprattutto studenti delle scuole italiane che hanno respirato aria di innovazione, condivisione, creatività, visitando stand tra robot della Lego, microcontrollori e artigianato digitale.
Drone
Robot umanoide NAO
Robot musicisti
La scuola italiana è presente a questa straordinaria kermesse.
O, meglio, sono presenti nel padiglione “C” tante scuole che fanno della didattica innovativa, grazie ad insegnanti che scommettono sui propri studenti, sulla loro capacità di sognare e costruire. Un robot o la propria vita, poco importa. Ciò che importa è la “metacompetenza”: costruire, appunto.
Ma il sistema scolastico italiano quanto è, davvero, pronto a scommettere su un futuro che è già qui?
Per farlo dovrebbe scommettere sugli studenti, incentivare e coltivare la loro abilità che, spesso, ha degli elementi di vero genio.
Luca Podo è uno studente. Oggi studia Ingegneria dell’Informazione all’UniSalento.
L’anno scorso ha preso il diploma.
E questa è la sua storia.
Sono Luca Podo, ho 19 anni. Sono di Monteroni di Lecce (LE) ed ho conseguito il diploma di perito informatico con 100/100 nell’anno scolastico appena concluso. Mi è sempre piaciuto imparare, perché sin da piccolo sono stato curioso. I 5 anni trascorsi come studente di scuola secondaria superiore, però, non sono stati pienamente soddisfacenti. Ero sempre alla ricerca di qualcosa che stimolasse la mia voglia di novità, di innovazione. Invece, spesso, ero costretto a studiare codici, linguaggi di programmazione, strutture semantiche. Ma, poi, una volta compresi, non mi veniva dato lo strumento per andare “oltre”. Un giorno, leggendo un articolo su come costruire una sveglia, mi sono imbattuto in quello che poi sarebbe divenuto la mia principale fonte di sfogo e soddisfazione: nell’articolo veniva illustrata la modalità di realizzazione di una semplice sveglia, basandosi sull’utilizzo dei microcontrollori. Dopo aver letto l’articolo, non ho più costruito la sveglia ma mi sono dedicato allo studio dei microcontrollori in generale. Così con le competenze apprese, ho realizzato un piccolo sistema di prevenzione perdite, sviluppando una idea di mio padre. Tutto nasce da un bisogno reale: la cantina di casa allagata, oltre 4.000,00 € di danno. Ci siamo chiesti (io e papà): esiste un sistema per ovviare al problema? Si, ma i costi sono decisamente elevati. Quasi paragonabili al danno. Ed allora è nata l’idea: lo costruisco! Ed è nato ANTLEO.
ANTLEO – sistema di prevenzione perdite sviluppato da Luca Podo
Una volta realizzato il prototipo, ho avuto il problema di passare alla possibile industrializzazione del prodotto. Ho mandato una e-mail a diversi incubatori ricevendo la risposta dal politecnico di Torino con cui ho collaborato per stilare il business plan di Antleo. Ma la svolta principale è arrivata inattesa quanto gradita, durante gli esami. Il progetto era oramai in uno stadio avanzato, molto diverso da un ammasso informe di fili del primo prototipo e, portandolo a scuola, ho ricevuto attenzioni limitate all’elogiare il lavoro fatto. Così un po’ con tono di sfida, ho deciso di basare il mio percorso di presentazione su ANTLEO e, durante il colloquio, l’ho presentato all’attenzione dei commissari, ricevendo numerose domande che si limitavano, però, alla curiosità per una “cosa strana”. Il commissario esterno di informatica, invece, lo ha visto e dopo avermi fatto due domande (due!) per sostenere l’esame, mi ha chiesto di parlare in privato, finita la sessione. Una volta fuori mi ha chiesto di spiegar meglio il programma, facendomi alcune domande su come io lo avessi realizzato. Sono rimasto stupito ma soddisfatto, visto che sino a quel momento nessuno si era mai così interessato al progetto, anche perché quel docente non mi conosceva. Eppure, mi ha chiesto se fossi interessato ad esporre il progetto in due fiere dell’innovazione: prima a Francavilla Fontana (www.makerinff.org) a settembre e, successivamente, alla Maker Faire 2015 a Roma, evento di portata internazionale, un’occasione da non perdere.
Luca allo stand della Maker Faire
Così, dopo una scambio di mail, mi ha confermato la partenza ospite dello stand di ScuolaZoo, una testata giornalistica on line che fa innovazione (e non solo “barzellette”…). Una cosa per me tanto incredibile tanto strana. Perché mi avrebbe dovuto chiamare visto che non ero suo studente e mi ha visto solo tre volte? Attualmente studio ingegneria dell’informazione a Lecce e spero di potermi laureare al più presto e, successivamente, specializzarmi nel settore della robotica. Si è accesa una luce. Non voglio farla spegnere.
La storia di Luca è una di quelle che ti fanno riflettere.
Una storia in cui non ho alcun merito.
Ho solo avuto la fortuna di imbattermi in lui e nel suo progetto in un caldo giorno di Giugno.
Ma questo dimostra che nessuna riforma potrà mai innovare davvero un sistema che rischia di perdere l’entusiasmo di Luca.
La buro-scuola miete la vittima preferita: l’interesse e la vitalità dei ragazzi.
<<Noi siamo quello che facciamo costantemente, l’eccellenza quindi non è un atto ma un abitudine.>> (Aristotele) .
Ecco: la scuola italiana deve prendere questa (buona) abitudine!
Ostuni, Liceo Pepe, 13 ottobre, Election Day, assemblee di classe e di istituto. Giovanni discute animatamente con il prof. Piero De Falco. Discutono di didattica di laboratorio, cosa si impara, come si organizza, come si struttura, quali competenze. Giovanni ha bisogno di argomentare e, come è suo solito, non molla un professore fino a quando il pensiero che sta inseguendo non è arrivato alla fine del percorso. Così è nato il post di oggi: perché a scuola ci si deve necessariamente annoiare?
“La scuola è una cosa seria! E che? Ora ci mettiamo a giocare in classe?”
Potrebbe sembrare una frase antiquata ma, al Pepe, ne ho sentiti tanti dire cose simili, non solo docenti. Perché “giocare” fa paura. Mette in tensione gli adulti e destabilizza gli adolescenti.
Perché “giocare” fa bene solo per una decina d’anni, dopodiché costruzioni in cantina e immaginazione addio.
Quando Domenico Aprile, nel 2013, affrontò la questione Lego nella mia classe, calò un silenzio tombale.
Aveva “osato” mettere in relazione un’attività intesa come ludica con le materie scolastiche. Come se lo studio debba assolutamente coincidere con “noia, routine, abitudine” e non possa invece essere interessante, accattivante, piacevole.
Ma quel discorso aveva mosso le acque. Volevamo sapere i particolari di questa “robotica educativa”: perché avere, in un liceo, un’aula in cui bisogna “assemblare” dei pezzi – proprio come in un istituto tecnico? A cosa possono servire dei giochini nell’economia di una lezione?
La risposta fu secca: “Apprendere in un modo nuovo”.
Noi e il prof. Aprile
Ebbene, accettammo la sfida. Forse tutti noi avevamo sbagliato strada; forse il nostro temperamento ci consentì di correre, costruire, sognare e condividere. Probabilmente è colpa di Paola Lisimberti se pensiamo in maniera diversa dagli altri. Perché i robot fanno miracoli! Anche con gli adulti.
La robotica è uno strumento multitasking, polivalente. E’ in grado di approcciarsi ad ogni materia di studio, specialmente in campo scientifico. Ma tra le materie scientifiche, una è la sola in grado di farci studiare in diretta il fenomeno e, grazie alla robotica, di ripeterlo ogni volta che ne abbiamo bisogno: la Fisica.
Ecco che la fisica fa il suo ingresso trionfale sul palcoscenico dell’apprendimento multidisciplinare e trasversale che andavamo a costruire. Abbiamo raccolto un’altra sfida: dimostrare i perché del mondo attraverso la robotica.
Per rendere la fisica da classica a “moderna” non c’è bisogno di collegamenti ai fatti di cronaca nera, ai “sassi dai cavalcavia”. Serve l’immaginazione per insegnare e per apprendere.
Ma queste novità non dovevano e non potevano rimanere chiuse nella nostra classe, dovevano essere condivise con gli altri ragazzi e, mentre discutevamo con loro, vedevamo la stessa luce nel loro sguardo che avevamo visto negli occhi di quel prof precario che veniva da noi solo due ore a settimana!
Quella luce l’abbiamo convogliata in un unico obiettivo: la realizzazione di un laboratorio aperto a tutte le classi che creasse un ambiente di apprendimento e di applicazione ai problemi della fisica.
Questa la genesi di “Roboticsness: Gymnasium Mentis” e la creazione di LEIS (Lego Education Innovation Studio).
Problem Solving in aula LEIS
Gli esperimenti di fisica, con la robotica, hanno costi esigui e limitati all’acquisto della sola scatola di assemblaggio; i profitti in termini di conoscenze e competenze risultano essere più alti se paragonati ai risultati ottenuti con le lezioni frontali. Inoltre, a detta dei nostri prof di fisica, l’attività nel laboratorio di robotica richiede una comprensione più profonda delle relazioni fra le grandezze. Questo è il valore aggiunto della robotica educativa applicata alla fisica.
Quest’anno si ritorna alla Maker Faire Rome 2015 con uno stand per esibire il frutto di quei sogni che sono nati nel Pepe e hanno messo le ali ai sognatori,”Roboticsness” appunto.
Il Liceo Pepe alla Maker Faire Rome 2014
Robotica come palestra del pensiero, gioco come palestra dell’immaginazione. Perché noi abbiamo ricevuto un grande regalo: tornare ad essere bambini.
Coderdojo Surbo, sognare come, per e con i bambini