Come si misura l’entusiasmo? e la curiosità? Ad Alberobello (BA), Istituto “Morelli Tinea”, e Lizzanello (LE), Istituto “De Giorgi”, il progetto Coderdojo per l’anno scolastico 2014 – 2015 è partito in sordina e lentamente con l’incauta iniziativa di alcuni docenti coadiuvati da me.
All’inizio il progetto doveva essere solo spiegare Scratch e lasciare che i ragazzi si divertissero apprendendo il coding. Ciascun Istituto ha scelto modalità diverse, come target: ad Alberobello sono stati interessati 4 classi di scuola primaria (una seconda, terza, quarta e quinta) e 4 classi di scuola media; a Lizzanello, 4 prime classi di scuola media. Una coincidenza che si è rivelata utile durante lo svolgimento che ha preso un arco temporale da dicembre a maggio, per ogni mese, con 2 ore di laboratorio per ogni classe.
Non ci si abitua mai alle domande, soprattutto dei più piccoli, alla scoperta di un mondo interattivo. Complici le vacanze di Natale, già a gennaio i feedback di genitori e insegnanti erano positivi e straordinari, avendo rilevato maggiore attenzione dei figli nello svolgimento in aula dei programmi e la possibilità, neanche troppo velata, che quello che si studiasse si poteva applicare su Scratch. Così in pochi mesi ho visto ragazzi crescere e farmi domande: da Amadeus, enorme ragazzotto, a Cosimo, Andrea, “Betty” che ti guardano con occhi attenti mentre spieghi cosa è una variabile, ti fanno esempi semplici per essere certi di aver compreso meglio; Gianluca, Nicholas che adorano i sensori: o Cosimo, della III elementare, che studia Makey Makey, dall’alto della sua piccola esperienza di elettricista specializzato in domotica sotto la supervisione di genitore e nonno.
Poi i progetti sono cambiati, evolvendosi, in ciascuna scuola: quando ci è venuta l’idea di dare una visione sistemica. E i ragazzi si sono inventati un videogioco su un tema, uno per ciascuna classe, coinvolgendo l’insegnante di italiano per i dialoghi e la sceneggiatura, l’insegnante di artistica e di scienze tecniche per gli sfondi e la scenografia, gli insegnanti di sostegno perchè tutti partecipino alla realizzazione di uno storyboard con la storia educativa. Da nativi digitali ad analogici, smontando scene,
dialoghi, creando la struttura di un film-gioco. Tradurlo su Scratch rendendosi conto di “piccole difficoltà domestiche”. Utilizzare i sensori, la cam, i suoni. Condividere e scambiare, partecipare tips and tricks.
E poi il gemellaggio: la gita di fine anno delle prime medie dell’Istituto “De Giorgi” ad Alberobello, proprio il giorno dell’International Scratch Day. Quale migliore occasione per incontrarsi. Il palazzetto dello Sport monopolizzato per l’occasione. Sdraiati per terra, incuranti della precarietà della sistemazione, tutti i ragazzi lì concentrati con la presenza dei bambini delle elementari. E dopo il rimescolamento generale, piccoli mentori già pronti condividevano le proprie esperienze sotto gli occhi vigili dei docenti e di un’organizzazione perfetta del prof. Michele Di Carlo.
Già di quei docenti, come Anna Maria Ruggiero, Maria Concetta Caccavo, Maria Madia Boccardi, Maria Grazia Caroli delle Primarie; come Luigi Stomeo, Anna D’Ambruoso, Anna Firenze, Laura Giodice, Francesco Girolamo, Luisa Lecerase e Marta Bruno della Scuola Media, a Michele di Carlo e soprattutto ai due Presidi, Proff. Stefano Totaro (Alberobello) e Andrea Valerini (Lizzanello) che ci hanno creduto e credono che una scuola migliore sia sempre possibile e a cui va il merito quotidiano di portare avanti un progetto per costruire Vita futura.
Perchè l’entusiasmo si misura dai pollici alzati dei ragazzi, dal sorriso sulle labbra anche se ti prende una stretta al cuore quando finisce l’anno, per la consapevolezza di aver piantato buoni semi. Come Betty, I media, che “voglio fare la modella, imparo il coding per non essere ritenuta stupida”, o Cosimo, III elementare “ho comprato Makey Makey, ci faccio un sacco di cose”, o Nicola, il cui voto in matematica è cambiato grazie a Scratch.
Già.
Ps. Rileggo. Sorge spontanea una domanda. Perchè parlarne dopo un mese? Perchè dopo un mese il progetto è chiuso, pronto a ripartire l’anno prossimo. Perchè le emozioni si sono sedimentate, pronte per essere condivise. Tutto qui. Già.
Oggi il post lo scriviamo a 4 mani e vi raccontiamo un anno di robotica al Liceo “Pepe”.
Giovedì 4 giugno 2015. Liceo Scientifico “Ludovico Pepe” di Ostuni (BR). Ultimo incontro del progetto Roboticsness: gymnasium mentis (QUI IL LINK AL SITO). Con i colleghi Rosanna Roma e Piero De Falco abbiamo fatto un bellissimo viaggio.
Il progetto è partito grazie ad un finanziamento FESR (“E1”) che ha consentito al Liceo “Pepe” di attrezzare un’aula di robotica educativa Lego Mindstorm, assumendosi il ruolo di elemento collettore e trasduttore di conoscenza sul territorio, in quanto istituzione scolastica innovativa, una vera e propria porta della conoscenza aperta sul futuro.
Foto di gruppo della formazione iniziale con l’Ing. Pietro Alberti di Campustore
Una delle motivazioni per potenziare le attività di robotica educativa e uno degli obiettivi che ci ha mosso è anche la constatazione, supportata dalle indagini OCSE PISA, di un’alta correlazione tra i risultati (particolarmente negativi nelle Regioni del cosiddetto “Obiettivo Convergenza”) ottenuti nei test delle materie scientifiche ed alcuni fattori di contesto: se è, in effetti, innegabile un nesso di causalità tra il basso livello di competenza dei 15enni delle regioni meridionali e insulari ed il livello socio-economico delle famiglie, non sembra affatto trascurabile, come fattore incisivo quale determinante per la scarsa motivazione allo studio, l’influenza di diversi fattori legati all’impegno scolastico, come la scarsa attrattività dei programmi scolastici, il flebile collegamento tra questi e gli sbocchi professionali nelle aree interessate, gli alti tassi di disoccupazione intellettuale, le poco lusinghiere prospettive economiche delle professioni legate ai diplomi e alle lauree.
D’altro canto, la Direttiva Ministeriale n.93 del 30 novembre 2009, pone l’accento sull’importanza della robotica educativa finalizzata <<alla risoluzione di problematiche di tipo costruttivo e di programmazione e sulla matematica laboratoriale dove per laboratorio si intende soprattutto la situazione didattica in cui l’alunno è attivo, discute e argomenta le proprie scelte, costruisce significati, progetta e sperimenta, impara a raccogliere dati e a confrontarli con i modelli ipotizzati, ed anche il momento in cui utilizza strumenti adeguati (uso di oggetti, materiali, software…) per rafforzare la propria attività di pensiero>>, individuandola come uno degli interventi prioritari finanziabili per l’ampliamento dell’offerta formativa.
Muovendoci da queste direzioni, abbiamo immaginato l’Aula di Robotica come un ambiente di apprendimento virtuale e reale, nel quale rispondere ai bisogni educativi dell’utenza liceale, non esente dal fenomeno dell’abbandono e della scarsa motivazione (sia pur in dimensione ridotta rispetto agli Istituti tecnici e professionali). Il contesto evidenzia due trend rilevanti: il declino dell’interesse dei giovani per lo studio delle discipline scientifiche e tecnologiche e la transizione del sistema scolastico.
Così, l’Aula di Robotica è diventata un luogo di sviluppo duale (ossia rivolto tanto all’apprendimento degli insegnanti che degli alunni) delle competenze e della abilità: nel laboratorio di robotica educativa, infatti, docenti e studenti hanno potuto sperimentare l’introduzione della robotica nella didattica di una disciplina fondante l’indirizzo scientifico, la Fisica, per migliorare l’insegnamento e i processi d’apprendimento insieme alla pratica di quelle che sono ormai riconosciute come irrinunciabili, cioè le competenze per la vita (creatività, risoluzione di problemi, lavoro collaborativo ecc.).
In questo modo, è stato possibile sperimentare concretamente la intedisciplinarietà: modellazione matematico/fisica, costruzione dei robot, programmazione e data logging (ossia raccolta dati).
Lego Mindstorm EV3
Data Logging Moto Uniformemente Accelerato
Modellazione Grafica Piano Inclinato
I gruppi di lavoro sono stati organizzati per classi aperte in orizzontale. Tutti gli studenti dalle prime alle quarte hanno potuto svolgere attività di robotica (sia gli iscritti al Nuovo Ordinamento che gli iscritti all’Opzione Scienze Applicate).
GRUPPI CLASSE
CONTENUTI
PRIME
APPLICAZIONI DELLA CINEMATICA
SECONDE
L’EQUILIBRIO
TERZE
CONSERVAZIONE DELL’ENERGIA MECCANICA
QUARTE
APPLICAZIONI DELLA TERMODINAMICA
Sono state attivate strategie e metodologie didattiche basate sull’esperienza anglosassone hands on minds on.
Problem posing and setting
Problem Solving
Coinvolgimento degli alunni
Collaborative learning
Peer education
Coworking
Abbiamo ripensato la didattica. E’ necessario che la scuola promuova l’acquisizione di competenze non soltanto disciplinari ma anche trasversali e che consideri lo studente come parte attiva, prosumer di un processo di apprendimento non più unidirezionale ma imperniato sulla partecipazione vissuta, attivando processi di feedback e autovalutazione come previsto dall’impostazione dellaflipped classroom (Paolo Ferri, La scuola 2.0. Verso una didattica aumentata dalle tecnologie, Spaggiari 2013, pp.122 e seguenti).
Copertina libro Paolo Ferri
Di seguito, i video dei diversi attori del progetto, Coordinatrice (Paola Lisimberti), Esperto esterno (Mimmo Aprile), Docente Tutor (Piero De Falco) e, soprattutto, i protagonisti: gli STUDENTI!
Il vero problema non è se le macchine sappiano pensare ma se gli uomini lo facciano (Burrhus Frederic Skinner, psicologo statunitense, teorico del Comportamentismo.)
Quelli dei compiti a casa, quelli del “fate silenzio!” e stavano zitti, quelli che scarabocchiavano il diario per passare il tempo, quelli che organizzavano le feste, quelli che avrebbero dato qualunque cosa per un ponte tra due festivi o uno sciopero organizzato all’ultimo momento, quelli che in un week end caldo di maggio sarebbero scesi al mare con le moto e avrebbero fatto il primo bagno.
Bisogna farsene una ragione. I ragazzi sono affamati di futuro.
Questa è la storia di 5 ragazzi e una ragazza che hanno scelto di trascorrere l’ultimo week end, cioè il primo week end della bella stagione, frequentando un corso di modellazione virtuale per la stampa 3D.
Ma è anche la storia di Creare SNC, giovane azienda pugliese (con sede ad Ostuni) di Prototipazione Rapida (FDM in ABS), ingegneria inversa e attrezzaggio rapido, che si propone come partner per lo sviluppo e l’innovazione delle imprese, collaborando con aziende del settore aeronautico quali CETMA e BLACKSHAPE
Ed è anche la storia di Luigi Console, graphic designer con un Master in “Visual Design”, che da sempre fa ricerca sulle connessioni tra tecniche di comunicazione visiva analogiche e digitali.
http://www.luigiconsole.com/
Il corso si è svolto presso la sede della Creare SNC per la durata di 16 ore nei giorni di sabato e domenica 30 e 31 maggio, nel cuore della città bianca. E mentre la Puglia andava a votare, in un locale ristrutturato del quartiere ottocentesco, giovani pugliesi partivano alla scoperta del mondo.
La lezione sta per cominciareAlcune realizzazioni nella vetrina di “Creare”
Intervistati alla fine del corso, i ragazzi hanno detto cose del tipo “è stata una bella esperienza, mi sono divertito” e “adesso so da dove cominciare per modellare un oggetto da stampare in 3D”. Ma cosa avranno imparato di tanto entusiasmante?
Il corso ha introdotto gli studenti al mondo del 3D e della stampa 3D attraverso l’analisi di casi di studio, evidenziando le potenzialità della stampa 3D ed i suoi utilizzi. I ragazzi hanno lavorato con i principali software di elaborazione 3D attraverso un percorso graduale, dalla teoria alla pratica. Tutti sono stati in grado di gestire la modellazione di semplici oggetti 3D e prepararli per la stampa.
Prof. Luigi Console fa da tutorAnche Andrea e Raffaele hanno bisogno di un intervento “sul campo”Mattia e Cristian si lasciano andare per una foto: hanno risolto un problema
Questi ragazzi hanno imparato cosa si può fare oggi con le tecnologie insieme alle applicazioni della modellazione alla stampa 3d e non solo. Hanno creato prima il disegno in piano, poi in 3D hanno dato il volume al loro disegno, infine hanno realizzato piccoli oggetti utilizzando le operazioni booleane. Naturalmente, a conclusione del corso hanno stampato le proprie idee.
Ma quante cose si possono imparare in un corso di modellazione virtuale? Quante competenze si portano a casa questi ragazzi? Stampare in 3D è solo una “questione tecnica”?
Si impara la condivisioneSi impara a lavorare insiemeSi impara a “pensare con le macchine”Si impara la sfida
Condividere, pensare, progettare, risolvere problemi, collaborare, creare sono alcune delle competenze fondamentali per la vita. Nell’esperienza vissuta da questi ragazzi sono facilmente riconoscibili: “Le Life Skills rendono la persona capace di trasformare le conoscenze, gli atteggiamenti ed i valori in reali capacità, cioè sapere cosa fare e come farlo”
Catturati dal fascino dell’apprendere, i ragazzi sono andati via in abbondante ritardo, sia il primo che il secondo giorno. Certo, si auspica un maggior impegno delle ragazze per il futuro. Ma bisogna essere fiduciosi. Nel suo post sull’esperienza appena trascorsa, Elisa così ha commentato:
Nonostante una parte di me invocasse a gran voce un letto o una qualsiasi superficie morbida su cui distendersi, da brava Elisa quale sono non ci ho pensato due volte e ho speso quest’ultimo weekend di maggio per cimentarmi in un’esperienza del tutto nuova e stimolante: un corso di modellazione virtuale per la stampa 3D!!
Quando nel 2003 Mitchel Resnick e il gruppo Lifelong Kindergarten del MIT Media Lab crearono Scratch, i bimbi protagonisti di questo articolo non erano ancora nati o, al limite, erano una idea, un progetto, un embrione o, semplicemente, un sogno. Erano, cioè, nel futuro.
Già, il futuro. Come sarà il futuro? “Cosa sarà cambiato tra 12 anni?”. Probabilmente Resnick e i suoi se lo saranno chiesto. O, forse, no.
Bill Gates frequentò il suo primo corso di “coding” a 13 anni, nel 1968 (cfr “Bimbi Programmatori sulle orme di Bill Gates” articolo di Massimo Sideri). Ma l’informatica di allora era ben altro, rispetto ad oggi. Ed allora? Cosa è cambiato? Molto, quasi tutto, tranne una cosa: iniziare a programmare in tenera età può essere uno stimolo per intraprendere una professione del futuro, come dimostrano le storie, più recenti, di Cesare Cacitti o James Andraka. Inoltre, la disponibilità e diffusione di tecnologia al giorno d’oggi è di gran lunga superiore, rispetto al 1968. La concomitanza di questi due fattori rende centrale la formazione come fattore abilitante.
In Italia si sta finalmente facendo strada l’idea che il coding, il pensiero computazionale, il problem solving, il coworking siano molto di più che vacue parole ma metodi didattici da introdurre nelle scuole, fin dai primi gradi di istruzione, al punto tale che alcuni di questi termini trovano spazio nel Disegno di Legge di riforma della scuola (cd “La Buona Scuola”).
Martedì 26 maggio 2015, 12 anni dopo Scratch entra nelle vite di 18 bambini di un piccolo Comune della Provincia di Lecce: Castrì di Lecce, poco meno di 3.000 anime (2.934, per la precisione dato Istat al 1/1/2014).
L’idea di organizzare il Coderdojoè stata subito accolta con entusiasmo da due Assessori comunali: Roberta Arigliani e Antonio Caricato. E’ bastato parlarne una volta di persona e, poi, organizzare tutto telefonicamente. Basta avere voglia di farlo. E tanta passione.
E così, martedì scorso, Salvatore Maletesta (con l’aiuto del sottoscritto e Iliana Morelli) ha introdotto questi 18 bimbi al coding. Dapprima incuriositi, poi partecipativi ed entusiasti hanno potuto costruire il loro primo videogame con Scratch, hanno preso confidenza con i Lego WeDo e Mindstorm,con Arduino e Makey Makey.
Lego WeDoMakey Makey time
Salvatore ha sapientemente introdotto il tema e, alla parola d’ordine “divertitevi”, i ragazzi hanno dato il meglio di se, creando “mondi”, aggiungendo sprite, facendoli muovere autonomamente o da tastiera, inserendo sfondi e facendo vedere ai loro genitori quanto fossero bravi.
Creative LearningScratch o acquario?Scratch esoticoScratch noirScegliamo uno sprite?
Mamme che, già durante il coderdojo chiedevano “quando sarà il prossimo incontro?”. E alla fine, una di loro ha detto alla figlia: “ora che andiamo a casa mi aiuti a installarlo sul mio computer!”.
Consegna attestati
Immancabile la merenda finale, con codertorta preparata artigianalmente da una delle mamme.
La “Codertorta”Foto di gruppoFoto di gruppo
Si replica? Speriamo di si. Proprio oggi, mi è arrivato un messaggio: <<perché non presentate un progetto per l’anno prossimo?>>.
Pronti. Prontissimi.
Almeno quanto Marco Ingrosso, 10 anni. Pronto al futuro.
Il post di oggi è liberamente ispirato all’ultimo “libro sul comodino”. E’ di Stefano Moriggi, intervistato lunedì scorso. Penso che i filosofi siano un pericolo, pericolosissimi i filosofi della Scienza, ti fanno venir voglia di leggere i loro libri, e credo che nei mesi prossimi spenderò tanto perché nei libri dei filosofi ci sono anche le citazioni e quindi bisogna andare a leggere l’originale. Certo che per un docente la lettura è fondamentale, come autoaggiornamento e come sano intrattenimento e svago di fronte alle amarezze della vita professionale…per fortuna potrò utilizzare la card di 500 € prevista nel DDL 2994, non è un aumento di stipendio, ma desideravo che qualcuno pensasse alle mie spese culturali dal primo giorno di lavoro…
Ecco il mio ultimo “libro sul comodino”
SE IN CLASSE ENTRA LA STAMPANTE 3D
Se in classe entra una stampante 3D, è ragionevole che il docente sposti la cattedra in un angolo per lasciare spazio alla macchina.
Liceo Pepe, realtà aumentata a scuola, 12 marzo 2015 con Daniele Talliente (Creare s.n.c) e Luigi Console
Parte la stampa e tutti la guardano in silenzio, chiedendosi probabilmente come mai non faccia rumore.
Di fronte ad una stampante 3D non si sa esattamente cosa guardare, poi l’occhio si concentra su qualcosa che sta per nascere, e nasce, e continua a crescere davanti ai nostri occhi.
E mentre la macchina lavora, comincia la lezione.
Certo, qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo esagerato con il potenziamento del setting didattico…passi per la LIM, il tablet, cambiate pure le sedie e i banchi, ma una stampante 3D in classe…. per farne cosa?
Ricordo ancora quando, all’inizio dell’anno scolastico, in una classe in cui insegnavo Geografia, tirai fuori dalla borsa una bussola, srotolai sulla cattedra una tavoletta IGM del territorio (1:25.000) e invitai gli studenti ad avvicinarsi per giocare agli esploratori. Nessuno di loro aveva mai visto una bussola e, sebbene tutti sapessero che esiste un nord, un sud, un est e un ovest, consigliai loro vivamente di non tentare esperienze di esplorazione senza essere certi di poter essere recuperati.
Ricordo ancora di aver distribuito cioccolatini durante un laboratorio di scrittura perché i ragazzi potessero raccontare l’esperienza. Avevo letto l’esercizio da qualche parte e mi era piaciuto moltissimo….
Ricordo anche di aver fatto costruire e dipingere soldatini dei Galli e dei Romani, armi e macchine da guerra per studiare la battaglia di Alesia. Certo, se avessi avuto una stampante 3D, i soldatini, le armi e le catapulte sarebbero stati “autocostruiti”.
Liceo Pepe, laboratorio di Storia “Ritorno ad Alesia”, a.s.2006/2007
Dove la macchine e le persone si mettono insieme, idee e nuovi approcci alla conoscenza si generano e tutto entra in relazione. Così, una stampante 3D in classe credo sia il modo migliore per promuovere la cultura non solo del digitale, dell’informatica, delle tecnologie, ma la cultura del pensare. Intorno alla macchina si possono coalizzare le forze creative dei ragazzi: proporre, progettare, montare e smontare idee, verificare la fattibilità di un programma, entrare in conflitto, costruire, azzerare, ricominciare.
A lezione di futuro
Il gruppo classe può ricostruirsi come un sistema di apprendimento all’interno del quale avvengono scambi orizzontali di competenze. Ognuno potrebbe avere un ruolo e mettersi alla prova, ma soprattutto ognuno sarebbe libero di creare.
Portare una stampante 3D in classe non significa sostituire ex abrupto conoscenze e contenuti desueti con contenuti nuovi, ma rendere più efficace la trasmissione dei “saperi”, considerando la scuola un luogo più vicino alla realtà quotidiana degli alunni, abituati, quali nativi digitali, ad essere circondati e ad utilizzare strumenti di comunicazione attraenti. A noi sembrano perennemente “connessi” e quindi “assenti”, ma se siamo capaci di andare oltre le apparenze, potremo capire che non è così e potremo cominciare a guardare alle tecnologie come ad una straordinaria opportunità.
A questo punto, lascio parlare Stefano Moriggi, che ci ha regalato con questa pubblicazione una preziosa eredità di riflessioni:
Oggi, invece, le tecnologie digitali offrono l’opportunità – se sostenute da adeguate politiche di welfare dell’apprendimento (diritti di cittadinanza digitale, accesso universale ecc.) – di estendere all’intero sistema formativo dei Paesi sviluppati (dalla scuola primaria all’università) un approccio più fattivo e collaborativo almeno per tre ragioni: 1) Le tecnologie digitali “naturalmente” inducono a un metodo interattivo e condiviso nell’accostarsi alla conoscenza; 2) Gli alunni e gli studenti praticano sempre più spontaneamente fuori da scuola questo tipo di comportamenti attraverso social-network e strumenti di comunicazione istantanea cui accedono attraverso notebook, consolle per video giochi, smartphone; 3) I costi della infrastrutturazione tecnologica nell’ultimo decennio sono calati sensibilmente. L’insieme di questi fattori agevola un concreto e netto cambiamento del setting didattico, oltre che nella stessa progettazione dello spazio scolastico (Stefano Moriggi, Connessi. Beati quelli che sapranno pensare con le macchine, San Paolo 2014, pp.53-54)
Socrate non era certo uno che “la mandava a dire”.
Per questo mi è sempre piaciuto. Più che per la “dotta ignoranza”.
In una afosa giornata di questo maggio che sembra un prologo di una estate lunga e prematura, 8 colleghi ad un tavolo di un bar/tavola calda. A modo loro, vogliono cambiare il mondo.
Come spesso accade quando si incontrano tra di loro, gli insegnanti finiscono con il parlare di scuola. Lo si nota e tra un “è vero, però!” e un “che tristezza” e una risata di contorno, questa volta non può fare eccezione: è in discussione alla Camera dei Deputati il Disegno di Legge sulla “Buona Scuola” e arrivano le notizie sugli smartphone. “Approvato articolo 7. Si passa all’articolo 8….Approvato anche questo“.
Uno solo dei colleghi è favorevole alla “riforma”, gli altri no. “Convintamente“.
Ci si scambia opinioni, in modo civile, tra colleghi.
In una situazione del genere, non è difficile chiedersi cosa potrebbe succedere se ci fosse la presenza di un esponente filogovernativo, tal Matteo. Nome di fantasia. Lo giuro, invocando il Manzoni (Imperciocché, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti.).
Matteo: <<Dai, ragazzi, con il Disegno di Legge, una volta approvato, vi daremo la possibilità di proporvi alle scuole, potendo così mettere in evidenza le vostre professionalità>> Insegnante n.1: <<Si, figurati, Matteo! Non scherzare, dai, lo sai che i Dirigenti faranno come vogliono loro…>> Matteo: <<Ma no, dai, prof…c’è scritto in quella che sarà una Legge dello Stato, che i Dirigenti potranno solo individuare i docenti, sulla base di un ampliamento dell’offerta formativa approvata dal Collegio Docenti e, soprattutto, con criteri di trasparenza ben esplicitati>> Insegnante n.2: <<Ma lascia stare quello che avete scritto! Si sa come vanno queste cose! Ciò che c’è scritto verrà aggirato, vedrai…>> (sorrisino di compassione) Matteo, senza scomporsi: <<Va beh, però almeno la carta dell’insegnante è un fatto positivo, dai! Avrete la possibilità di spendere autonomamente € 500,00 annui come meglio credete, per esigenze didattico/formative>> Insegnante n.3: <<Ma, smettila! Che cos’è questa elemosina! Ci vuol ben altro! Ben altro! Noi siamo professionisti, ci paghi pochissimo e, poi, secondo te, bastano € 500,00 per poter coprire esigenze di formazione e aggiornamento?>> Matteo: <<Ma no! Guardi, prof., che la formazione diventa obbligatoria e permanente ed è a carico dello Stato>> Insegnante n.4: <<Ma tu fai sul serio o non ti rendi conto? Guarda che qui c’è gente che ha una Laurea, tre Master, corsi FORCOM e insegna da 30 anni! Ma cosa vuoi formare? Noi abbiamo già dato! Basta!>> Insegnante n. 5(quello favorevole alla riforma): <<Appunto, collega! Il guaio delle Graduatorie è proprio questo: valutano i titoli, qualcosa di statico, di superato. Ma dobbiamo aggiornarci costantemente.>> Matteo: <<Appunto! Infatti, la mia idea è che bisogna riprendere l’idea di Berlinguer e valutare gli insegnanti. Che ne pensate!?>> Insegnante n. 6: <<V-A-L-U-T-A-R-E!?!? Ma tu sei matto!!! E chi mi dovrebbe valutare?!?! Il Preside-Sceriffo?!? E che ne sa il Preside di come io insegno in classe? Quali elementi ha? Non se ne parla.>> Matteo: <<Va bene, ammettiamo che questo non vada bene. Ma se voi valutate i vostri studenti, non potete negare l’importanza della valutazione. Allora, sono disposto ad ascoltarvi: quale sarebbe un buon sistema di valutazione?>> Insegnante n.7: <<Ma è ovvio! Più ispettori! Ci vorrebbero più ispettori. Solo un ispettore della materia può avere gli strumenti per operare una valutazione del mio agire in classe!>> Insegnante n.8: <<Ma che dici, collega?!?! I ragazzi! Sono i ragazzi a doverci valutare! Lo fanno già!>>
Si scatena una bagarre, in cui 8 insegnanti provano a discutere partendo da distanze alquanto diverse su come migliorare il Disegno di Legge. Tra chi propone di ritirarlo, chi di emendarlo, chi di stravolgerlo, chi di preservarlo, chi di renderlo più incisivo, appare ben presto chiaro che la discussione collegiale (in ben…8 insegnanti! Un numero…”significativo”!) non porterebbe a nessuna proposta condivisa.
A questo punto, Matteo gioca l’ultima carta (im)possibile: <<Va beneeee, ok, prof., vi prego, basta! Parliamo di contratto bloccato da 6 anni. Voglio aumentarvi lo stipendio, ok?>> Insegnanti, quasi in coro (ho scritto “quasi”): <<NO! Ci vuole ben altro! Anche perché chissà cosa combinereste. E, poi, che significa “aumentare lo stipendio”? Non ci fidiamo! NO. Ci vuole ben altro!>>
Questa discussione non è mai avvenuta. Sono veri solo il luogo, il caldo, gli insegnanti e il fatto che solo 1 su 8 sia favorevole alla riforma.
Gli altri 7 sono…diversamentesfavorevoli.
Ah…tal Matteo è frutto della fantasia dello scrivente.
Non esiste. E’ una entità astratta, proveniente dal PD (“P” sta per “Pianeta”).
Che sia in atto un cambiamento radicale nel mondo dell’informazione e nei modi in cui si accede alle idee e ai contenuti culturali è un dato di fatto. Però in tutta questa rivoluzione comunicativa , emerge il dato statistico che si legge sempre meno, i libri di carta soffrono e gli ebook non decollano. Eppure la guerra delle immagini con in testa computer e tablet dovrebbe aiutare e non frenare la buona lettura.
Per questo è importantissimo avvicinare il prima possibile i bambini alla lettura, creando familiarità con il mondo dei libri e accompagnandoli nella loro scoperta. L’abitudine viene da sé, e il piacere si rinnova , un libro dopo l’altro. Si legge per distrarsi, per informarsi, per imparare… Ma , quando apriamo un libro è soprattutto di emozioni che siamo in cerca, e mentre “navighiamo” tra le pagine di un romanzo o di un saggio, acquisiamo gli strumenti per capire meglio noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda. “. Leggere è una forma di educazione sentimentale, civile e intellettuale. E il libro è lo strumento per rilanciare la nostra cultura: è un mondo alternativo al mondo, è quell’oggetto silenzioso che senza muoversi e senza far rumore può aprirsi e consegnarsi a noi solo se siamo capaci di interrompere temporaneamente la comunicazione con l’esterno .”….
Per avvicinare i ragazzi all’arte del leggere non c’è che un modo: trasformarla in un’attività piacevole, da scegliere liberamente. È necessario che si trasformi in un gioco al quale partecipare con entusiasmo e divertimento e solo così sarà possibile che bambini e ragazzi diventino lettori accaniti. Ecco perché non ci siamo fatti sfuggire l’occasione unica di vedere il professor La Cava, presso il nostro Secondo Istituto Comprensivo ,qui a Francavilla Fontana, con il suo ” BIBLOMOTOCARRO” , geniale ed originale trovata per diffondere e contaminare l’entusiasmo della lettura tra i bambini, una sorta di biblioteca itinerante, montata su un’ Ape tre ruote, resa accogliente, invitante, colorata ,attrezzata con libri sia cartacei , che digitali, in quanto all’interno il ” Book Car” è dotato di schermo per la visualizzazione di fiabe, cartoon, e-Book, che i bambini animano e mimano, diventando essi stessi personaggi dei libri. (altro…)
Storico e filosofo della scienza, si occupa di teorie e modelli della razionalità con particolare attenzione al pragmatismo americano e alla filosofia della tecnologia. Già docente nelle Università di Brescia, Parma, Milano, e presso la European School of Molecular Medicine (SEMM), è membro dell’International School for the Promotion of Science, del Centro de Estudos do Pragmatismo dell’Università di San Paolo (Brasile) e consulente scientifico del Piccolo Teatro di Milano. Autore di “Perchè la tecnologia ci rende umani. La carne nelle sue riscritture sintetiche e digitali” (Sironi, 2009), “School Rocks! La scuola rompe spacca” (con Antonio Incorvaia, San Paolo Edizioni, 2011), “Connessi. Beati quelli che sapranno pensare con le macchine” (San Paolo Edizioni, 2014).
In un caldo giorno di maggio….
Lasciata la Puglia, ci accolgono le distese di terra della Basilicata. Le ginestre accarezzano le strade e i chilometri scorrono veloci.
“Per andare dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare?”
Orientarsi è difficile. E con un filosofo della Scienza in auto e senza navigatore direi quasi impossibile. Ma non sono le indicazioni stradali a confondermi: sono gli interrogativi, le ansie, la necessità di condividere pensieri positivi in questi tempi di passione per chi, come me, lavora nella scuola.
Da quando le macchine sono entrate nella scuola, anche il prof. Moriggi si occupa di scuola. Decido di impegnare il tempo con un’intervista.
D: Chi sono i tecnofobici e cosa è la tecnofobia
R: La tecnofobia è un atteggiamento di diffidenza in alcuni e di terrore in altri, nutrito soprattutto nei confronti delle “nuove” tecnologie e della loro incontrollabile pervasività. A mio parere, ancor più che l’atteggiamento sono interessanti le cause che lo innescano. E tra queste non va trascurata l’illusione generata per lo più da un sinistro intreccio di ingenuità e ignoranza secondo cui le macchine (quelle di oggi, come del resto quelle di ieri) possano essere semplicemente considerate alla guisa di utensili da maneggiare con “buon senso”… In molti, infatti, le percepiscono come protesi del nostro corpo che rischiano di produrre dipendenze e (dunque) alienazione, specie nei più giovani. E di conseguenza queste Cassandre 2.0 si convincono che la loro battaglia contro l’avanzata delle macchine sia la giusta crociata da combattere in difesa di una qualche presunta “naturalità” dell’essere umano.
Come andrebbe, dunque, interpretata l’interazione uomo-macchina?
Il rapporto con la tecnologia va inteso in un senso molto più profondo e radicale. L’interazione con lo strumento tecnologico va colta ben oltre la dimensione meramente utilitaristica – ovvero quella per cui ci si avvale, poniamo, di una calcolatrice per fare meglio e più velocemente i conti. L’essere umano, mediando il suo rapporto col mondo e con i suoi simili attraverso strumenti nel tempo più sofisticati, ha sempre e di nuovo riscritto e ridefinito il suo modo di abitare – e dunque di comprendere – il mondo e i contesti che lo hanno visto protagonista.
Lo aveva già capito Platone, analizzando appunto la scrittura alfabetica come una potentissima tecnologia.
Riflettere sull’evoluzione delle macchine significa, pertanto, comprendere che è proprio nelle pieghe delle complesse interazioni tra noi e loro che possiamo cercare di ricostruire le radici profonde di quell’animale culturale che è l’uomo. Il tecnofobo di cui si parlava poco fa – affidandosi solo al “buon senso” (che, come noto, in filosofia serve a ben poco…) – non riesce a capacitarsi di ciò che, già molti anni fa in un suo libro (Brainframes, trad. it a cura di B. Bassi, Brainframes: mente, tecnologia, mercato, Bologna, Baskerville, 1993), l’amico Derrick de Kerckhove riassumeva in una sola ma efficace battuta. Ovvero: “noi siamo la costante reinvenzione delle nostre stesse invenzioni”…
Derrick de Kerckhove
A me piace dire, che noi non agiamo e non pensiamo indipendentemente dalle macchine attraverso cui ci apriamo al mondo. Quando questa evidenza, già chiara a Platone, ribadita dalla biologia evoluzionistica e suffragata dalle neuroscienze, comincerà a fare capolino – ma su questo non sarei molto ottimista – anche nella mente di quei vetero-umanisti che, evidentemente, trovano il loro ubi consistam nella patetica difesa di un feticcio di umanità, forse allora sarà possibile, anche in Italia, un confronto più aperto e consapevole su quelle che sono le effettive criticità e le concrete opportunità di una realtà aumentata alle tecnologie. E che, di solito, hanno poco a che vedere con i fantasmi di cui parlano di questi signori…
L’unico libro con una prefazione rap
D: In “School Rocks!” sostieni che l’algebra e il metodo scientifico potrebbero aiutare gli studenti a compiere scelte esistenziali.
R: È vero. In quel caso specifico mi riferivo all’“algebra morale” di cui parlava Benjamin Franklin, ovvero a quel tipo di “calcolo” che il genio di Boston suggerì al nipote per venir meglio a capo dei suoi tormenti amorosi. Più in generale, però, si può sostenere che la matematica, la logica o addirittura il metodo scientifico costituiscono una dura ma efficace palestra per imparare a scegliere e a decidere meglio. O per lo meno, con più consapevolezza di sé e delle proprie fragilità… cognitive, psicologiche e, perché no, anche morali… E aumentare il proprio grado di consapevolezza critica è il miglior modo per essere e percepirsi liberi… A cominciare, proprio, dalla “libertà terribile” – per dirla con Lutero – di farsi carico delle proprie scelte e delle loro conseguenze. Come scriveva Sartre in uno splendido passo de “L’Essere e nulla” che mi rimase impresso fin dalla prima volta che lo lessi da studente: “La mia libertà è l’unico fondamento dei valori, e niente, assolutamente niente, mi giustifica se adotto questo o quell’altro valore”. E poi aggiungeva: “In quanto essere per mezzo del quale i valori esistono, io sono ingiustificabile. E la mia libertà si angoscia di essere il fondamento senza fondamento dei valori”…
In questa direzione, come dicevo, l’approccio scientifico contribuisce a metterci di fronte alla nostra irrimediabile fallibilità e ci insegna a pesare più razionalmente rischi e opportunità di ogni scelta, dalla più insignificante a quelle che invece riteniamo decisive. Pascal, per esempio, ci invitava a scommettere persino su Dio, proprio perché – e il matematico Blaise lo sapeva bene – ogni scelta può essere intesa come una scommessa. Ma il problema è che pensare razionalmente non è una condotta innata all’essere umano. È invece qualcosa che si può imparare, ma solo esercitandosi. E non certo limitandosi a leggere su un libro o su un manuale le “istruzioni della ragione”… Un approccio esclusivamente libresco di questo tipo, dopotutto, non funziona nemmeno con le ricette da cucina…
Registratore di cassa in una caffetteria di Rionero. La storia ci parla…
I briganti erano teste pensanti, per questo gliele tagliavano
D: Il cambiamento, in Italia, è quasi sempre sinonimo di peggioramento. Questo paese ha più bisogno di un “cambiamento continuo” o di un vero e proprio “salto quantico”?
R: Rifugiarsi nel passato certamente è uno sport molto italiano, forse perché l’Italia ha una grande storia. Ma a ben vedere non è solo italiano. Si tratta, infatti, di una tendenza sia culturale che psicologica che di solito sfiora il patologico quando ci si trova di fronte cambiamenti veri.
Ma cos’è un cambiamento vero? È una discontinuità che ci coglie impreparati, che ci spiazza nel profondo. Di fronte a un cambiamento radicale non siamo mai pronti. D’altronde, se lo fossimo, allora non sarebbe radicale. Al suo cospetto ci sentiamo inadeguati. È un’autentica situazione di crisi, una rottura che ci mette in discussione e che esige la comprensione del nuovo orizzonte che si sta aprendo, proprio quando la tentazione sarebbe quella di trovare rifugio in una qualche Età dell’Oro che, tra l’altro, non c’è mai stata.
Noi stiamo vivendo un grande cambiamento, quello innescato dalla diffusione delle tecnologie. Le macchine – lo si accennava anche prima – hanno già prodotto molte “crisi” nella storia e, per quanto sia in qualche senso fisiologica la polarizzazione dell’opinione pubblica tra “apocalittici” e integrati”, i più illuminati si sono sempre rivelati quelli che, nelle pieghe della scienza e della tecnica, hanno cercato di concepire strumenti e rimedi (concreti e concettuali) per comprendere e gestire le nuove sfide di un’epoca.
Ma per far questo, più che dei valori di un passato “sicuro”, c’è bisogno del pensiero di un presente “incerto”. Ovvero di un pensiero che metta in discussione le premesse che spiegavano e legittimavano ciò che è stato – premesse che, come spesso capita, non riescono più a inquadrare l’oggi e tantomeno a intuire un domani plausibile. In questo senso, per dirla di nuovo con Sartre, occorre “essere ingiustificabili”. Giorno dopo giorno, continuamente… perché il pensiero ci condanna senza tregua al peso della libertà. L’alternativa è appunto la fuga. E il passato è un comodo ma rischioso “porto quiete”.
Il tramonto ci ha raggiunto. È il momento delle confessioni profonde. Ma la domanda su come Stefano Moriggi sognava la scuola e come la sogna genera una risposta tanto spiazzante quanto emozionante.
R: Che scuola sognavo e che scuola sogno adesso…
A scuola non sono stato, specie alle superiori, uno studente modello. Qualche professore mi giudicava irriverente, qualcun altro distratto. La mia professoressa di filosofia – ironia della storia – mi riteneva (sic!) più adatto a una scuola professionale piuttosto che a un liceo. Di mio, ho sempre voluto concedermi il lusso di leggere e studiare quel che mi piaceva. Al punto che, come i fatti dimostrano, non ho tenuto in alcun conto il pre-giudizio di quei docenti che già allora mi sembravano più morti degli autori che incontravo sui libri.
Soprattutto trovavo profondamente noioso, per fare qualche esempio, ridurre lo studio del latino unicamente a uno sforzo di memoria per imparare regole ed eccezioni; la matematica e la fisica all’esecuzione onanistica di esercizi lontani dai temi e dai problemi incarnati dalle formule e dai teoremi. E la filosofia a una sterile carrellata delle vite, delle morti e delle opere degli autori. Senza mai provare a trasformare Aristotele, Spinoza, Hegel o Nietzsche in effettivi strumenti per pensare.
La bocciatura in prima liceo non è bastata per “normalizzarmi”. E, per fortuna, il grigiore di certe lezioni non è riuscito a smorzare la mia passione per la fisica, per la filosofia (materie che ho portato anche all’esame di maturità) e per il latino.
Non vedevo l’ora che quel liceo finisse, sperando che all’università le cose sarebbero cambiate. E così è stato.
Resta un fatto però… La scuola che sognavo da ragazzo, al di là delle mie passioni personali, era una scuola che mi facesse toccar con mano l’importanza di quello che studiavo.
“School Rocks!” in qualche senso è stata una “vendetta costruttiva” a posteriori contro quella scuola che ha rischiato di mandarmi in odio tutto quanto.
I concetti più astrusi e gli autori più noiosi possono trasformarsi negli alleati più fedeli ed efficaci per risolvere un problema pratico o esistenziale di uno studente, dentro e fuori la scuola.
Perché o la cultura è questo o non è.
O le discipline riescono a dare strumenti per ricomprendere costantemente il proprio percorso personale e professionale e il mondo che ci circonda, oppure sono solo contenuti per riempire dei vasi.
Ma gli studenti non sono vasi da riempire di nozioni, valori e prediche. Sono cittadini da formare. Sono individui che chiedono di essere aiutati nel conquistarsi la loro “ingiustificabile libertà” di pensiero e di giudizio.
La scuola che sogno oggi è ancora quella che sognavo da ragazzo. Gli studenti, come dicevo, hanno sete di strumenti per capire se stessi e il mondo. E la scuola glieli deve dare. In particolare modo oggi, anche introducendo in maniera sensata, significativa e sostenibile le tecnologie in un contesto deputato alla didattica.
Stefano Moriggi incontra gli studenti della 4bu del Liceo statale “Manzoni” di Latina
Cominciata ingenuamente con una domanda sulla tecnofobia, l’intervista naufraga sulle secche sabbiose della scuola che vorremmo. E dobbiamo constatare con amarezza che l’orologio della Storia viene rallentato…
La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco a poco, non procede nè recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell’orario (Eugenio Montale, La storia, da Satura I)
Nonostante sia passata quasi una settimana da sabato 9 maggio, non posso non scrivere di ciò che ho visto, vissuto, percepito, partecipando allo ScratchDay di Surbo (LE), organizzato da un grande Digital Champion (Salvatore Maletesta), che ne ha descritto benissimo la riuscita in un articolo sul blog dei DC.
Ne ha già parlato anche Giovanni Gioia nel suo ottimo articolo di lunedì scorso. Uno studente. Un ragazzo.
Lui e altri due suoi compagni del Liceo “Ludovico Pepe” di Ostuni (Arianna Moro e Federico Gatti) e altri tre del Liceo “Vincenzo Lilla” di Oria (Jacopo Braccio, Vito Carriero, Gabriele Fischetto), hanno deciso di investire un intero sabato pomeriggio per fare una esperienza diversa: stare a scuola.
Ma non la “loro” scuola, bensì L’Istituto Comprensivo Ampolo di Surbo, appunto, spostandosi quindi di oltre 70Km per raccontare ai bambini, alle famiglie presenti, la loro esperienza di studenti-makers, mostrando ciò che, a partire dall’anno scorso (i ragazzi del “Pepe”) e da quast’anno (il ragazzi del “Lilla”) hanno creato utilizzando la scheda programmabile Arduino e/o i robot Lego Mindstorm.
E così, in mezzo a stampanti 3D, droni autoprodotti o meno, i ragazzi (gli stessi che in classe la mattina arrivano con gli occhi perennemente incollati allo smartphone) non hanno affatto sfigurato.
Vito ha presentato il suo prototipo di applicazione, costruita con un Arduino, che dovrà servire per far aprire automaticamente un contenitore dell’immondizia rilevando la prossimità della persona che vuole aprirlo. Jacopo ha presentato il suo sistema di sicurezza a tasti, sviluppato (sempre con Arduino) partendo dall’idea (ipse dixit) di proteggere i propri effetti personali dal fratellino più piccolo che, in modo rapace, trova particolarmente divertente frugare tra le sue cose. Gabriele ha pazientemente spiegato ai bimbi che si avvicinavano come funziona l’applicazione sviluppata da Jacopo.
Vito e il setup della sua appVito spiega la sua app
Arianna, Giovanni e Federico, invece, hanno proposto per ben due volte (a grande richiesta…) la coreografia che la squadra del Liceo “Pepe” ha presentato a Roma, nel marzo scorso, alla RomeCup2015: un sincronismo con robot (cui hanno dato, ciascuno, un nome, quasi a sottolineare che il confine con l’umano è labile: “Zanardi“, Znap“, “Elefante“, “Serpente“…) che richiamano personaggi di Alice nel paese delle meraviglie e si muovno con una musica di sottofondo.
E dopo, con l’app per dispositivi mobile, hanno fatto loro pilotare i robot!
Un momento dell’esibizione dei Lego Mindstorm
Cosa può restare di una giornata così? Il sorriso dei bambini!
Che esplode in un pomeriggio assolato, in una scuola. Quella stessa scuola che la Dirigente, Maria Teresa Capone, ha contribuito a rendere un ambiente a misura di bambino. Insomma, c’è niente di più bello che vedere un bimbo sorridere? Vederlo fare a scuola, poi, di pomeriggio, di sabato, diventa eccezionalmente bello!
A scuola di sabato pomeriggio per imparare e divertirsiLa felicità del bimbiBambini incuriositi dall’app di Jacopo
Come bellissimo è stato vedere 6 ragazzi, di tre classi differenti, di due scuole diverse, sedersi assieme per risolvere un piccolo problema di comunicazione tra l’Arduino e il pc. Ah…piccolo dettaglio…l’applicazione è stata costruita da un altro compagno!
Jacopo, Vito e Federico al lavoroUna app sviluppata da Simone Versienti (non presente)
Ed allora, cosa sono tutte queste se non…emozioni!?!
Per una volta il lunedì di profpaola cede il posto alla voce di un alunno, Giovanni Gioia, che racconta una bella esperienza umana. Perché di umanità c’è bisogno, ora più che mai.
Prof. Mimmo Aprile e il team di studenti allo Scratch day
Surbo, tardo pomeriggio di sabato 9 maggio 2015. Mi trovo nell’Istituto “Vincenzo Ampolo” per assistere e partecipare, come volontario, allo Scratch Day per l’Europa, in collaborazione con Coderdojo Lecce.
Cos’è “Scratch Day per l’Europa”?
Lo Scratch Day è una rete globale di scambio, dove si incontrano altri Scratchers, si condividono progetti ed esperienze e si impara molto su come usare Scratch.
Scratch è un software libero, creato dal Lifelong Kindergarten Group al Media Lab del MIT (Massachusetts Institute of Technology). Permette ai bambini di imparare a pensare in mondo creativo e ragionare sistematicamente per programmare storie interattive, giochi e animazioni da condividere con la community internazionale di Scratch.
“L’associarsi porta forze nuove; stimola le energie. La natura umana ha bisogno della vita sociale, tanto per il pensiero che per l’azione ” avrebbe affermato Maria Montessori anche oggi, a 65 anni di distanza dalla pubblicazione del suo Metodo. Nella scuola montessoriana si stimola la creatività attraverso i giochi manuali. Oggi possiamo usare la tecnologia, ma il fine è lo stesso.
Un momento dello Scratch day
Focalizzo il mio sguardo sulla scuola, come infrastruttura, e noto che tutte le pareti sono state dipinte riprendendo opere appartenenti a pittori italiani e salentini, in particolare.
Camminando il mio sguardo cade sull’aula computer, da sempre il tallone d’Achille delle scuole, specialmente primarie. Ma divento entusiasta nel momento in cui scopro che tutti i PC sono nuovi, funzionanti e numerosi. Ora voglio conoscere la Dirigente scolastica e faccio di tutto per scoprire chi sia, se c’è e come ha realizzato tutto questo.
Ma i miei pregiudizi sui Presidi (autoreferenziali, vecchi, perennemente seduti alla propria poltrona a firmare carte) cadono nel momento in cui mi dicono che la Dirigente è la donna che mi ha aperto la porta di entrata e mi ha invitato ad entrare.
Maria Teresa Capone: persona semplice, umile e solare.
Saluta i bambini conoscendoli tutti per nome, li prende in braccio, ci gioca, parla con le mamme con una grande semplicità e forza d’animo, le comprende, adora la luce della passione negli occhi ingenui e ancora incerti di un bambino; per i bambini e i genitori lei è un punto di riferimento, un’istituzione.
Decido per una bella intervista su temi caldi e attuali: “la buona scuola”.
D: Buon pomeriggio preside, ci troviamo in questa bellissima scuola e noto che, per ogni corridoio, ci sono delle particolari decorazioni. Qual è il motivo di questa scelta?
R: Innanzitutto è legato al nostro POF, il quale da molti anni ha come sfondo integratore il territorio, nei suoi colori, nei suoi paesaggi. Siamo partiti da un corridoio, quello del piano terra, dedicato ai pittori salentini e poi abbiamo proseguito per tutto il piano terra e il primo piano, dedicando ogni corridoio dell’istituto a una corrente o a un pittore in particolare.
D: Come ha realizzato tutto questo? Quali fondi hanno sostenuto economicamente la scuola?
R: Tutto questo non è merito mio: è un progetto che va avanti da cinque anni ed io sono subentrata, in veste di preside, solo lo scorso anno. La manodopera è stata del tutto interna, nel senso che il promotore e autore degli schizzi è un maestro di scuola primaria, il quale con la collaborazione di tutte le classi ha dipinto i i corridoi. I fondi sono stati quasi nulli: il maestro ha lavorato quasi a titolo gratuito e tutta l’infrastruttura è stata in parte finanziata dal comune di Surbo.
Giovanni e Federico volontariArianna prepara il robot per la dimostrazione
D: Cosa spinge un docente e una preside, secondo il suo parere, a fare tutto ciò a titolo gratuito?
R: La passione per la scuola, come servizio; come servizio da fornire agli alunni. Soprattutto creare un ambiente di apprendimento che sia collimante con le loro aspettative. E’ importante che ci sia una scuola in cui i bambini abbiano voglia di andare la mattina, quando si svegliano. Una scuola in cui i bambini vengono con entusiasmo. Lo si può fare dipingendo le pareti, realizzando laboratori artistici e progetti extracurriculari; facendo tutto questo per loro.
D: Il 5 maggio c’è stato uno sciopero della componente scolastica: a Surbo cosa è accaduto? Quanti docenti hanno scioperato?
R: Hanno scioperato quasi tutti.
A scuola di sabato pomeriggio per imparare e divertirsi
D: Cosa ne pensa di quanto accaduto? (intanto saluta un bambino, chiamandolo per nome)
R: Della riforma, nel complesso, condivido le linee programmatiche, in particolare l’organico dell’autonomia; c’è qualche criticità che, secondo me, sarà sanata dalla Commissione Cultura in Parlamento. La criticità maggiore, a mio avviso, è la scelta dei docenti dagli Albi Territoriali, ma non perché non abbia fiducia – e non potrebbe essere il contrario – nella capacità di scelta del dirigente nella comparazione dei curricula dei docenti ma nella prospettiva del docente: il docente migliore, tra due o più proposte, accetterà la scuola migliore e non la scuola piccola e di periferia.
D: E sulla valutazione dei docenti e dei dirigenti?
R: Non ho nessun problema. Se ognuno di noi fa il proprio lavoro, è giusto essere valutati. D’altronde, tutti i dipendenti pubblici sono valutati.
D: Come si spiega che gli stessi docenti che hanno lavorato per fare tutto ciò di cui abbiamo parlato poco fa abbiano poi scioperato? Cosa ha pensato quando non ha visto entrare dalla porta principale quelle figure indispensabili per la continuità didattica?
R: Perché ci sono state, a mio avviso, delle forzature. L’ opinione pubblica e i sindacati, non lo nego pur essendo anch’io un’attivista sindacale, hanno un po’ speculato sulle criticità di cui parlavamo poco fa.
D: Cosa ha detto ai bambini e ai genitori quando sono venuti e hanno visto che i loro insegnanti quel giorno non c’erano?
R: Ce l’aspettavamo. Se l’aspettavano pure loro. Ho aspettato che arrivasse qualcuno e poi ho preso provvedimenti: è entrata solo una classe capeggiata dal maestro promotore de La Scuola Colorata. Lui non ha scioperato.
D: Come volevasi dimostrare.
R: Spero che lo sciopero da parte dei docenti, che comporta una decurtazione allo stipendio, serva a sanare le criticità previste nella Riforma.
D: Vuole lanciare un messaggio ai presidi e ai docenti che leggeranno quest’intervista?
R: Chiedo soltanto di continuare ad amare il loro lavoro. Se hanno scelto questo lavoro perché credono nell’educazione, che continuino a farlo sempre con la stessa dedizione e passione; viceversa, se hanno scelto questo lavoro come ripiego o come garanzia di un posto fisso, possono benissimo andare a fare qualcos’altro!
4 Digital Champion: Luca Ciccarese, Salvatore Maletesta, Mimmo Aprile e Giorgio Scolozzi
Sono Giovanni Luigi Gioia, ho 17 anni, frequento la classe quarta Scienze Applicate presso il Ludovico Pepe di Ostuni (BR) e sono innamorato dei sogni e delle cose Belle. Quelle con la “b” (bì) maiuscola.